2020 – prima parte

Come potrei definire quest’anno? Un anno “sprecato”, “non-vissuto”, “faceva cagare ma ho vissuto di peggio”? Preferisco lasciarlo indefinibile.

Già gennaio è cominciato con il rischio di un nuovo conflitto, con l’Australia in fiamme e con due regioni che andavano al voto. Ovviamente parto da qui a raccontare il mio anno.
La mia regione è andata al voto riconfermando il governatore uscente dopo una campagna elettorale estenuante, in cui l’opposizione ha svolto comizi “per interposta persona” e in cui la candidata governatrice mostrava la sua inadeguatezza non appena apriva bocca. Eppure, il risultato di quella consultazione elettorale ha lasciato il segno, che ai più era chiaro già da prima: di rosso in Emilia-Romagna c’è rimasto solo il colore delle case cantoniere!
Ed io ho allora ribadito quello che era (ed è rimasto) il mio pensiero politico a riguardo: prima il Partito Democratico affronterà la sua crisi d’identità (magari espellendo quella manica di anacronistici inutili arroganti bigotti servi della Cei il prima possibile), prima si riuscirà a togliere terreno alle forze reazionarie che stanno infestando la politica italiana.
Mi rifiuto di chiamarli “sovranisti”: un termine nuovo non può mai rendere l’idea di quel che in realtà si tratta, cioè di una vecchia peste che si credeva sradicata e che invece ha trovato supporto dall’ignoranza.

Nei primi giorni d’uscita, sono andato a vedere un film – a suo modo – memorabile: Hammamet. Peccato che oltre alla bravura di Favino e ad un Piovani quasi irriconoscibile nello stile a cui sono abituato, non ci fosse la verità storica sull’esponente politico socialista nei suoi ultimi anni di vita, ma un romanzo celebrativo.


A febbraio mi son trovato a dover andare in ospedale per quella vecchia ciste che dal coccige ha continuato a gonfiarsi fino all’incisione. 20 giorni di fuoco giusto per ricordarmi il vecchio detto “anno bisesto, anno funesto”!
Ho passato San Faustino in convalescenza, di nuovo: il precedente fu nel 2012, altro anno bisestile. Mi sa che per il 2024 mi farò un’assicurazione sulla vita!
Di nuovo medicazioni, di nuovo da solo, di nuovo coi pensieri tristi in mente, e di nuovo con la convinzione che l’inverno sia una brutta, bruttissima stagione soprattutto se senza neve.
Sono rientrato al lavoro proprio il giorno in cui il panico da Covid 19 ha spinto gli italiani in una vergognosa corsa ai supermercati, scene da “black friday americano” in un altrimenti noioso, grigio e mogio, lunedì di febbraio. Ed il governo – per una volta ne imbrocca una giusta – chiede parere agli scienziati ed in seguito decide la quarantena dell’area individuata come focolaio dell’epidemia prima, e dell’intero Paese poi, con annunci televisivi fatti in tarda serata che hanno portato a scene come quelle delle stazioni meneghine prese d’assalto da chi voleva scappare al sud (dopo aver riparato al nord). Il disgusto che ho provato a vedere quelle immagini, non lo dimenticherò mai e non mi vergogno di dirlo: la maggior parte di quelle persone – a cominciare da quello che dichiarava di sentirsi “un profugo” – spero sia sepolta dalla vergogna!


Ed è così che il mese di marzo è andato avanti, con una quarantena con autocertificazioni che cambiavano dalla sera alla mattina e con le opposizioni che continuavano a fare l’unica cosa che sanno fare: campagna elettorale becera, dividendo il Paese e rendendolo ancora più vulnerabile.
E un’altra cosa devo dire: non ho mai avuto stima del Presidente del Consiglio, mai mi sarei aspettato di quasi lodarlo per il comportamento che ha adottato in quei frangenti.
Per non parlare poi di quando ha letteralmente (e finalmente, aggiungerei) sputtanato  due leader dell’opposizione che mettevano zizzania (solo quello sano fare) diffondendo notizie false sul MES – il fondo “salva Stati” che esiste dal 2011 – poco prima di Pasqua.


Pasta al forno con striscioline di mortadella e caciocavallo silano, gratinata con formaggio parmiggiano-reggiano.

Nella “Pasqua ai tempi della quarantena”, mi sono permesso l’ultimo pasto in grande delle feste: una teglia di pasta al forno ed una pirofila di gatò di patate con tacchino! Cibo che mi è durato tre giorni e che credo non farò più. Perché altrimenti, non dimagrisco neanche coi miracoli, ma soprattutto, non mi soddisfa più cucinare piatti elaborati per portare avanti una tradizione quando sono sempre più da solo, soprattutto quando si tratta poi di mangiarli. Certo, non rinuncio alla mia “fornelloterapia” che rimane una valvola di sfogo abbastanza ottima ed efficente.
Per prima cosa ho cominciato a bollire le patate e mentre queste erano sul fuoco, preparavo i formaggi da tagliare a fette e dadini, la mortadella a striscioline, e prendevo la teglia per la pasta al forno e la pirofila per il gatò di patate alla mia maniera.

Il mio speciale – e speziato – gatò di patate

Scolate le patate e lavate subito le pentole, ho messo su l’acqua per la pasta e in un’altra pentola, il soffritto con la cipolla rossa di Tropea che non può mancare nei miei piatti della festa e poi il ragù, nel frattempo ho schiacciato le patate nella pirofila, poi ho sistemato le fette di arrosto di tacchino e di formaggio, e sopra ancora altre patate schiacciate e salate a dovere. Scolata la pasta al dente, e chiuso il fuoco al ragù, mescolo le due cose nella teglia unendo le strisce di mortadella stando attento a non romperle e riscaldando il forno a 200° C.
Infornate entrambe le portate, lascio la pasta per 30 minuti per poi tirare fuori la teglia, versare due uova con pan grattato e formaggio sulla pasta e rimetterla in forno per altri 15/20 minuti e dopo, spegnere il forno. Il mio speciale gatò di patate invece risposa dentro il forno dall’inizio fino alla fine, in modo da fare sopra una crosta non troppo morbida né croccante, e per fondere bene bene il formaggio.


E ci voleva una pandemia per rimanere a casa il 25 aprile!

Il 75° anniversario della Liberazione dal nazifascismo è stata celebrata in una maniera davvero inedita. A parte le autorità locali, la foto emblematica di questa giornata è quella del Presidente della Repubblica, solo, all’Altare della Patria…

…e poi i curiosi flash mob sul balcone, in cui alle 15 si cantava uno degli inni partigiani più conosciuti se non quello per antonomasia: Bella ciao!
Nel mio condominio ero l’unico a cantarla sul balcone, accanto al mio tricolore esposto già da fine marzo, ma sentivo altre donne e uomini sul balcone a cantare la stessa canzone, poche e pochi per essere Reggio Emilia, o almeno, per essere quella Reggio Emilia che ho conosciuto 13 anni fa.
La cosa ha preso una piega quasi comica quando un vicino non identificato, che aveva messo l’inno nazionale a tutto volume dopo “Bella ciao”, ha continuato a far sentire al vicinato (nell’ordine): la fanfara dei bersaglieri, altri due canti partigiani, e poi la prima sorpresa… “Romagna mia” tanto che mi stavo chiedendo se fosse anche quella un brano partigiano e magari non lo sapevo, ma poi è andato avanti con “funiculì, funiculà” e “vitti ‘na crozza”! Quando fu la volta di “O mia bela madunina” forse si è accorto che la playlist di Youtube l’aveva fregato e ha staccato tutto! Quanto ho riso sul balcone!!!

Una replica simile è stata il 1° maggio, passando il pomeriggio sul balcone con la finestra aperta a fare corrente, una piacevole brezza, il thè al bergamotto, qualche telefonata con qualche amico. E in fondo, purtroppo, quella malinconia che mi porterò appresso per tutta la vita.
Quel giorno, è stato più un giorno di meritata quiete, piuttosto che di festa.
La quiete prima della tempesta!


Il tanto atteso 3 maggio arriva portando con se la fase 2 e mentre i social ironizzavano sul fatto che fosse simile alla fase precedente, in molti erano furiosi: categorie intere di lavoratori erano costretti ad attendere ancora, i più fortunati il 18 maggio e gli altri, addirittura il 1° giugno! Di li a dieci giorni circa, si decise di lasciar svolgere le messe cattoliche dopo il 18. Che rabbia! Lavoratori ancora in casa, spesso senza adeguati aiuti, ed invece di occuparsi di loro, il Governo concedeva la passerella domenicale a “presunti cattolici” che in realtà altro non sono che stupidi arroganti anacronistici inutili ipocriti bigotti! E a commentare con loro ogni ragionevole opposizione alla celebrazione delle messe (era troppo presto) davano addosso con quel loro fare arrogante ed irritante, e devo ammetterlo, sono riusciti a tirar fuori il peggio di me!
Oh, lo davo per scontato che questa pandemia avrebbe tirato fuori il peggio della gente di questo Paese ma non mi aspettavo che avrebbe tirato fuori anche il peggio di me!
Per pietà del mio fegato, non sto ora qui a riprendere le riflessioni fatte e a cui hanno risposto in modo che, se fossimo in un Paese civile, sarebbero stati interdetti seduta stante, ma sentire cose del tipo “come si può andare al supermercato si può andare anche a messa” o chiedersi “perché tanta acredine verso i cattolici”, per non parlare della “libertà di culto” fino a ripescare e buttare nel mucchio la buonanima di Aldo Moro, beh… andiamo per ordine:

  • al supermercato ci vai a rifornirti di cibo, e a meno che non hai una fattoria, del supermercato ne hai bisogno, della messa dove fare la passerella per mangiare l’ostia data dal prete, anche no!
  • la carta del “vittimismo” dei cattolici è quella che mi fa alzare la pressione, per vari motivi, innanzitutto, quelli che si definiscono con tanto fervore cattolici non sono affatto cattolici, cioè universali, no, sono una manica di prepotenti che brandendo una croce ed un rosario pretendono di essere al di sopra di tutti! Senza contare delle sopraffazioni che questi “cattolici” hanno compiuto nel corso dei secoli: dalla distruzioni delle ultime testimonianze delle civiltà antiche (buona parte delle opere dentro il Partenone erano sopravvissuti perfino ai romani) alle guerre scatenate per motivi economici e di potere (crociate in primis), dalla fornitura di sacre giustificazioni a pratiche come la schiavitù ed il massacro di popolazioni indoamericane e africane, all’ostacolamo del libero progresso civile e di pensiero (l’abiura di Galilei, giusto per citarne uno), senza dimenticare il sostegno morale (e non solo morale) spesso e volentieri dato a dittature fasciste e parafasciste in tutto il mondo, e alla lotta contro diritti quale l’emancipazione della donna, il divorzio, l’interruzione volontaria di gravidanza, e ancora, la loro lotta contro i diritti delle persone omosessuali e al riconoscimento giuridico della piena eguaglianza dei loro rapporti! E loro fanno le vittime?? Che faccia tosta!!
  • la “libertà di culto” riguarda tutti i culti non solo quello cattolico romano, eppure loro sono i primi a ribadire questo diritto fondamentale soprattutto per impedire l’effettiva laicità dello Stato italiano, e magari anche contro altre confessioni religiose. Tirare in ballo questo diritto per questi scopi, lo trovo stomachevole.
  • “Aldo Moro” citato a sproposito (e spesso per offendere paragonando i laici alle Brigate Rosse) era un galantuomo con una profonda fede cristiana ed era anche un uomo di Stato conscio dei suoi limiti: dopo il referendum del 1974, dubito proprio che si sia espresso pubblicamente e con tanta veemenza per abrogare lo stesso l’istituto giuridico del divorzio. Giusto per fare un esempio dell’abissale  ed incolmabile distanza fra lui e coloro che lo citarono in queste “occasioni”.

Il 9 maggio si è celebrata la Giornata dell’Europa che ricorda la Dichiarazione Schuman di 70 anni fa, primo mattone della costruzione della comune casa europea, un continente Unito ed in Pace, il cui cammino non è stato certo privo di ostacoli ma che deve andare avanti. Ed è stato impietoso leggere commenti che hanno deturpato le celebrazioni di quella giornata, quanta ignoranza e quanto disprezzo per qualcosa che li sta salvando da un destino ben peggiore. Certo, l’Unione va migliorata, ma non distrutta, affatto!
Ho messo la mia bandiera dell’Unione sul balcone e ce l’ho ancora li, nonostante siano passati più mesi.

E nello stesso mese, son riuscito finalmente a fare un paio di lavori in casa: l’allaccio della lavastoviglie (che non c’era proprio) e il cambio della rubinetteria del bagno, che purtroppo andava fatto.
Quando comprai gli elettrodomestici due anni fa, la lavastoviglie era in offerta e ne approfittai, pensando che mi sarebbero comunque rimasti i soldi per fare un allaccio senza spaccare muri e mattonelle, ma quei stessi lavori li ho dovuti rimandare a seguito di altre spese impreviste e tra la vita quotidiana con i suoi ritmi frenetici, ed il tempo che vola, rimanda rimanda, son passati due anni ma alla fine ce l’ho fatta e ne sono soddisfatto.
La rubinetteria del bagno invece è stato un lavoro all’inizio non previsto. Quando si ha un fastidio o un problema particolarmente irritante, lo si paragona ad una lavatrice rotta nel week-end, ecco, io invece adesso uso come metro di paragone “il gruppo doccia rotto in piena quarantena da pandemia!”


Immagine del 2 giugno da repertorio.

Ed è così arrivato giugno con alcune attività ripartite prima del previsto e con la polemica delle vacanze nei Paesi stranieri, polemica inutile cavalcata da quella politica fatta da ignoranti per ignoranti. Un brutto capitolo da dimenticare! Anzi, più che “brutto”, il termine migliore è “penoso”! Sono riuscito a passare il 2 giugno a casa e anche se non c’era la tradizionale parata militare su via dei fori imperiali, e mi sono dedicato alla mia fornello-terapia, visto che quest’anno non sono riuscito a fare vacanze all’estero.

Anzi, in una telefonata alla famiglia, mio padre mi ha anche chiesto quando scendevo giù, e rispondergli “forse a settembre” è stato un pugno allo stomaco. Per andare dai miei devo prendere il treno notturno e la paura di beccarmi il coronavirus sul treno e poi trasmetterlo al resto della famiglia, beh… …già a ripensarci mi viene una terribile emicrania! Senza contare l’annoso tema del mio coming out. Ogni volta che sfioro il tema per tastare il terreno, rilevo un clima molto ostile, e non ho più le energie per contrastarlo, il coraggio di affrontarlo, e le spalle sufficientemente larghe per reggere questo fardello.
Ogni cosa che ho fatto, ogni lotta che ho intrapreso, ogni difficoltà affrontata, con gran fatica, sembra quasi niente in confronto a questo. Soprattutto quando mi sento così solo.
La mia colpa è stata quella di aver indugiato in passato, in ogni scelta, quasi tutte sbagliate e che in questi anni non hanno fatto altro che peggiorare le mie condizioni. È stato uno shock rendermi conto che erano passati 20 anni dal mio primo amore.

fine prima parte

Gli anni passano proprio per tutti.

Mi ricordo di una delle rare volte che mia mamma andava dalla parrucchiera, verso la fine degli anni ’90. Non ricordo per quale motivo dovetti rimanere ad aspettare, ma notai delle riviste femminili squartate. Si, squartate, le clienti del salone erano feroci divoratrici di gossip o di modelli per vestiti – poco lontano c’era un (ormai storico) negozio di tessuti che riforniva le sarte e le appassionate di cucito, di quel lato della provincia con prezzi ottimi e competitivi.

Mentre mia mamma aspettava che il casco facesse il suo dovere, ne sfogliò una e chiese alla parrucchiera se poteva strappare quella mezza pagina (metà era già strappata) perché aveva visto un bel vestito che voleva copiare con qualche modifica. (Lo faceva spesso.) Il vestito che le piaceva era indossato da un’anonima straniera accanto ad un fantino con una coppa. Dall’altro lato della pagina, c’era una modella di colore, coi capelli ossigenati ed un’acconciatura tipicamente americana, all’epoca credevo fosse Naomi Campbell. Anche mia mamma vide quella foto e mi disse che quella donna aveva una figura troppo secca per essere Naomi, e poi non c’era la didascalia.
Copiò il vestito che l’aveva colpita (quello della donna inglese accanto al fantino), e lo utilizzò ad un matrimonio poco tempo dopo. Le cognate ammirarono quel vestito.

Venti e passa anni dopo, ho avuto un flash, mentre guardavo un video su youtube.
Effettivamente, ho rivisto quella “modella” nel video, ed ora ero anche consapevole che mia mamma aveva ragione, quella non era Naomi.

Era Ru Paul!

Di sicuro mia mamma non ricorderà questo curioso frangente e non so se mia mamma ha ancora quell’abito da lei confezionato anni fa, ma se così fosse, non credo sia il caso di riportarle questo curioso ricordo con annesso aneddoto (e poi magari fare coming-out)(No, la seconda cosa che ho scritto, decisamente no).

Ma c’è un ulteriore colpo di scena… …andate a vedere su wikipedia quanti anni compie Ru Paul fra due giorni!

E si, il tempo passa proprio per tutti.

 

Addio Franca Valeri

Alla fine di luglio aveva compiuto 100 anni ed una decina di giorni dopo ci ha lasciato una grande attrice, sceneggiatrice, regista, autrice, interprete caratterista, artista dalla grande intelligenza, sensibilità, ed ironia Franca Valeri.

Franca_Valeri_1

Non sono abituato a scrivere articoli su personalità recentemente passate a miglior vita, l’ho fatto poche volte e mi è sembrato di “sciacallare” sulla notizia del momento, ma stavolta non posso fare a meno di scrivere le mie impressioni, i miei pensieri.

Franca_Valeri_2Franca Valeri era straordinaria, l’ho sempre pensato, fin da bambino quando in tv si vedeva sempre col telefono in mano, a parlare con “mammà”, come poi da ragazzino in alcuni telefilm che venivano trasmessi la domenica, mi ricordo ad esempio di una serie intitolata “Norma e Felice” (in coppia con un altro suo illustre concittadino, Gino Bramieri), e ancora in film come “Il segno di Venere“, “Gli onorevoli”, “I motorizzati”, “Il vedovo”, e in quello che era il suo capolavoro “Parigi o cara“.

Quest’ultimo ho avuto modo di vederlo quando lo hanno passato in televisione in occasione del suo centesimo compleanno. Ed è stata – per me che non avevo mai visto questo film – una sorpresa la scena del suo arrivo a Parigi…

Franca_Valeri_4Era il 1962, e nell’Italia di quel periodo, l’omosessualità era qualcosa di scandaloso e sconcio, eppure, nella scena da lei scritta ed interpretata, vi è un’accettazione semplice, naturale, con quella sua risposta, quel suo “ah, non  lo sapevo!” che se oggi potrebbe sembrare quasi banale, in realtà, per l’epoca non lo era affatto! 
In quegli anni, l’omosessualità era ancora considerata una malattia e spesso, ogni tentativo di accettazione veniva avversato e messo a tacere. Erano gli anni dello scandalo dei “balletti verdi”, del “caso Braibanti”, e poi ci fu anche l’emarginazione di Umberto Bindi dovuta appunto al suo orientamento sessuale. Giusto per citare alcuni esempi di come venisse affrontata questa tematica in quel decennio.
Franca_Valeri_3Nel film stesso, la protagonista – Delia – non è la classica prostituta immorale e dal linguaggio triviale (o presunto tale) che si vede nei film dello stesso periodo, anzi è al contrario un personaggio attento ai soldi (fa anche la strozzina: bella la battuta quando contando una mazzetta di banconote dice “non è diffidenza, è usanza!”) e piuttosto snob, molto curata nel vestirsi, con acconciature e abbinamenti camp (personaggi simili, al cinema, saranno riproposti decenni dopo. E neanche in Italia.) che l’hanno resa un’icona anche nel mondo lgbt.

Non poteva non esserlo: controcorrente “sin da giovanissima” (come lei stessa affermava in un’intervista rilasciata pochi anni fa), e lo si vede anche nel personaggio di un altro film in cui ha scritto la sceneggiatura: Cesira ne “Il segno di Venere” del 1955, in cui spavalda afferma a sua zia (interpretata da Tina Pica) che…

…non siamo più nel medioevo, che la donna c’ha lo stesso giro dell’uomo, anche in campo amoroso, perché c’ha la sua indipendenza lavorativa, almeno dalle mie parti!

Era il 1955.
Ed in quel periodo, l’opinione dominante era quella rispecchiata dalla “zia Tina Pica” per cui “il posto della donna era la casa, e la cucina.”


Cinema/Addio a Franca Valeri, la prima a creare scene comiche al telefono

Appassionata di lirica, oltre che di teatro, alcuni anni fa come anche più recentemente, in alcune interviste aveva espresso il suo pensiero sulle attuali condizioni culturali e civili del Paese e puntualmente si riversarono sui social commenti al vetriolo che dimostrarono ampiamente quanto avesse ragione!
In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera due anni fa, ripercorrendo la sua vita, dichiarava inoltre quanto le mancasse il teatro, e parlò suo amore per gli animali,  e del suo rifiuto di privarsi di interessi e di cedere alla noia, e alla domanda se avesse un sogno ancora irrealizzato, rispose dicendo che ci avrebbe pensato su, e che se le fosse venuto in mente, glielo avrebbe detto al telefono!

Ma nell’ultima intervista, rilasciata ancora una volta al Corriere della Sera, lo scorso 28 giugno, un ultimo sogno da realizzare lo disse: rivedere la Bohème alla Scala. E sempre in quell’ultima intervista, rilascia altre piccole perle della sua vita, di quando alla fine di aprile 1945 andò a vedere di persona il dittatore morto, e di quello che provò in quell’istante. Di come la sua giovinezza era cominciata in ritardo a causa della guerra. Di suo padre e del momento che ricordava come il più brutto della sua vita. E fra le altre cose, una frase che è quella che mi venne in mente quando ho saputo della sua scomparsa:

«Sono anche diventata un’icona gay, anche se non ho mai capito perché. Ma sono fiera di esserlo»

La comunità lgbt italiana ha perso una delle sue icone. Una delle poche che meritavano davvero di esserlo.

Addio signora Franca.
Grazie per la sua arte.

Franca_Valeri_ACabras

Ec-Kallax! – Desperate Housebachelor 15

In queste ultime settimane, tra quando ero in ferie e ora che son tornato al lavoro – non chiamiamole “vacanze” che sono un’altra cosa, oltre ad essere “sacrosante” – grazie a Davide prima, e a Gibbo & Sara poi, sono riuscito ad arredare, in maniera utile, due parti della mia adorata casa.


Il disimpegno.

IMG_20200711_162500.jpgQuando lo vidi in visita con l’agente immobiliare, vi era appeso un appendiabiti di legno con pannelli di legno che scendevano fino al battiscopa con una parte centrale in velluto, a tema floreale. Tenuto dai precedenti proprietari – giustamente – è stato tirato via prima del rogito.
Una volta comprata la casa, tirata via quella polverosa carta da parati, imbiancate le pareti, quell’angolo era rimasto spoglio. Nell’angolo accanto al bagno avevo messo il cesto dei panni sporchi – ora in ripostiglio – e accanto lasciavo le scarpe.
Ho girato un anno e mezzo per negozi di mobili nuovi e mercatini dell’usato cercando un simile appendiabiti, magari con scarpiera, ma difficilmente trovavo qualcosa nello stile che avevo in mente e quando qualcosa ci si avvicinava, le misure non andavano mai bene. Alla fine mi sono messo a scancherare sul sito dell’Ikea e ho composto la mia idea: una panca con mensola poggiascarpe, due specchi da attaccare direttamente alla parete (affiancati l’uno all’altro) e sopra, l’attaccapanni estensibile più diffuso nelle case italiane!
Ho dovuto comprare un trapanino avvitatore – quello economico dell’ikea, d’altronde non lo userò poi molto spesso – viti e tasselli e punte per il trapano li ho presi invece dal mitico emporio ferramenta Catellani sulla via Emilia.
E con calma mi sono messo a “creare” il mio appendiabiti con panca e scarpiera. Con una livella prestata dal vicino di casa, ho preso le misure a bolla e ho segnato dove bucare. La parte più difficile è stata la posa degli specchi nei supporti fissati a muro. Una fase del lavoro in cui la paura che lo specchio scivolasse e si rompesse garantendo 7 anni di jella, seppur forte, non ha avuto la meglio sulla concentrazione.IMG_20200711_205305.jpgNon so come, non so perché, c’è uno scarto di livello di circa un centimetro fra i due specchi, e ho scoperto che ho le pareti della zona notte un zinzino storte. Anche se lo stile della composizione è un po’ misto, per me il risultato è soddisfacente!


L’ingresso.

IMG_20200722_162312.jpg
L’ambiente più spoglio della casa, alla visita con l’agente immobiliare, oltre alla stessa carta da parati del disimpegno, presentava uno specchio accanto al citofono, e una piccola consolle, di quelle dove si appoggiavano il telefono e l’elenco fino agli inizi degli anni ’90.

mensolino

Il mensolino poggiachiavi – repertorio 2018

Tirata via la carta da parati e imbiancato l’ambiente, ho riciclato un piccolo mensolino piazzandolo sopra il radiatore (che non accendo mai) e dove poggio chiavi e posta.
Ma la borsa o il borsello li devo poggiare o sul divano o sul comò, ed è facile dimenticarli quando devo uscire, magari di fretta! Il problema in questo ambiente, era quello di trovare un mobiletto simile, magari chiaro, magari aperto dietro per non dover togliere la presa del telefono che userò un giorno per attaccare il router dell’adsl (quando mi deciderò con chi farlo!) anche perché dubito che mi farò il telefono fisso (credo)(boh).
Alla fine, quasi per caso, mentre con i miei amici ci stavamo recando alle casse, ecco in un lampo la soluzione. Presa al volo.
IMG_20200722_174026.jpgMontato il mobiletto è uscito un problemino: la presa (esterna) del telefono andava a sbattere proprio dove i ripiani si incrociano! Ho staccato la presa dalla parete e l’ho isolata, pronta per essere ri-fissata alla parete al momento del bisogno e domani prenderò la bomboletta di vernice bianca stuccata che tengo in cantina e che avevo usato in precedenza per il garage, e spruzzerò un po’ di vernice dove era attaccata la presa, bisognerà guardare da vicino per cogliere la differenza.

IMG_20200722_174458.jpg
Il risultato si vede dalla foto e come dissi a Gibbo mentre commentavo che le misure di quel mobiletto erano perfette e meglio del nome, “ec-kallax“!!


I miei ex non hanno ancora capito cosa si sono persi! :-p

20 anni dal primo amore

Questo era uno dei tormentoni estivi che circolavano in radio quell’estate. Divenne “la nostra canzone”.

Era la notte tra il 26 ed il 27 giugno del 2000.

La sera precedente avevo discusso al telefono con mio padre perché ero andato a lavorare come cameriere ad un lido estivo, fuori provincia. Nel sonno piangevo perché mi sentivo solo e “sbagliato”.
A scuola non andavo molto bene nelle materie tecniche, che erano quelle principali del mio piano di studi, scelto da mio padre nonostante fossi contrario. Avrei preferito il Liceo classico o il Professionale alberghiero, e per anni abbiamo discusso migliaia di volte per questo. Così anche quella sera. Ed ero andato a dormire, con il mio migliore amico che aveva trovato quel lavoro anche a me.
Mi ero addormentato con le lacrime agli occhi, sfiancato dai sensi di colpa e di inadeguatezza, e poi mi svegliai.

Quello che era il mio migliore amico dichiarò di non riuscire a vedermi così triste anche in sonno e dichiarò di amarmi.
Per tutta risposta, dopo tre interminabili secondi in cui sentii come del calore nel mio petto, capii che lo amavo anch’io, che non poteva quel sentimento essere sbagliato visto che era corrisposto.
In quel momento magico, il silenzio era rotto dai nostri respiri, dalla brezza che entrava dalla finestra, dal rumore delle onde del mare che si infrangevano sulla vicina spiaggia.
Le nostre labbra si unirono con tenerezza come se non fosse stata quella la prima volta.
I nostri cuori batterono all’unisono, forti, fortissimi.

La luna piena illuminava il suo volto rigato da lacrime di felicità, che scendevano da quei meravigliosi occhi verde chiaro. La brezza che entrava dalla finestra mi inebriava dell’odore della sua pelle abbronzata misto alla salsedine. Il momento perfetto, il più bello della mia vita. Oh Dio! Quanto mi manca tutto questo!
Quanto mi manca lui.


Il fatto che vivessimo in due città distanti era un po’ un problema ma trovavamo spesso il modo di aggirare questa difficoltà. Mi ricordo quando un fine settimana aveva casa libera ed io mi fiondai da lui. Quel fine settimana sembrava un anticipo di quel che voleva essere il nostro futuro insieme. Almeno fino a quando la mattina mi svegliai con lui ancora addormentato abbracciato a me, e… …con suo padre che ci guardava con gli occhi sgranati! Eravamo stati scoperti!
Mi ricordo ancora la sua reazione: non disse una parola, e chiuse la porta, io mi sentivo sbiancato mentre cercavo di svegliare il mio amore che spalancò gli occhi quando dissi “è tornato tuo padre, ed ha appena chiuso la porta di questa camera!”
Ci rivestimmo in fretta e furia e suo padre era in cucina, a mettere la caffettiera sul fuoco. Ci fece un sacco di domande con calma ma con un tono di voce pesante, per poi alla fine accettare la nostra relazione. Che spavento quella mattina, ricordo che non volevo lasciargli la mano, temevo di venir scaraventato fuori e di perderlo.


Tante volte siamo stati a Roma a causa del mio lavoro e lui trovava sempre il modo di inserirsi nel gruppo che dovevo accompagnare. Era il nostro modo di stare insieme, e quando avevamo qualche ora di libertà, la passavamo insieme passando per i vicoli del centro tra Piazza Navona ed il Tevere, per esempio, o mi ricordo ancora una lunga passeggiata notturna nel quartiere dell’EUR, o ancora il Pincio, o quella volta che per colpa di un imprevisto restai a Roma mentre lui e il resto del gruppo andarono a Palestrina. Fu la nostra penultima volta a Roma. Quando gli dissi che ci saremmo tornati insieme e che stavolta avrebbe fatto lui da guida a me, forse lo sapeva che non sarebbe mai successo. Quello sguardo sul suo volto forse sapeva che Preneste, la Dea Fortuna, non ci era favorevole.


Quando ci vedevamo nei fine settimana, in tarda primavera, ci fermavamo in aperta campagna a mirare il cielo e a volte, a fantasticare sul futuro insieme che ci si prospettava davanti, e nelle varie fantasie che ci facevamo cambiava soltanto il posto: a volte a Messina, a volte in calabria, a volte in Grecia, a volte altrove ma sempre vicino al mare. Quante volte abbiamo passato insieme lo Stretto di Messina? Ho perso il conto, ma ricordo quante e quante volte entravamo nel salone con meno gente e ci coccolavamo mirando il paesaggio, in silenzio per non essere scoperti, di nascosto.
Come quella volta in inverno in cui ci rifugiammo in un salone chiuso solo da un nastro sulla porta, la sua testa sulla mia spalla, e con gli occhi rivolti alle luci della costa che si allontanava, vivemmo un altro momento di magica perfezione.
Ci immaginavamo adulti e realizzati, casa di proprietà, macchina, buon lavoro, risvegli teneri al mattino, le nostre labbra unite in un bacio prima di uscire e appena tornati, a coccolarci sul divano guardando film in tv di sera tardi, prima di andare a dormire, e d’estate quanti viaggi che avremmo voluto fare.
Quanti sogni, quanti rimpianti.
Quanta paura. Quanta rabbia.


Ogni tanto ho poi provato amore per qualcun altro, ma nessuno ha saputo ricambiarmi, ed io ora sono stanco. No, non avevo mai fatto paragoni col primo amore, anzi, sarebbe stato illogico farli: età diverse, luoghi diversi, contesti diversi, esperienze diverse… Non può esserci un amore uguale o simile ad un altro, lo sapevo, anzi, l’ho sempre saputo, ma dopo quell’ultimo idiota quell’unica volta che ho fatto un riassunto e mi è stata fatale.
Il paragone anzi, l’ho fatto solo fra i miei ex, non fra le relazioni, e sono arrivato ad una conclusione: attiro solo malati mentali, maniaci perversi, uomini senza palle, infantili egoisti, e disperati. Cosa ho io che non va?
Non lo so e non lo voglio nemmeno più sapere. Con l’amore ho chiuso ormai 9 anni fa, ormai non ho più né l’età né l’energia per innamorarmi, e anche se volessi, non ci riesco proprio ad innamorarmi. Troppe delusioni e a me non piace perdonare (piuttosto gli darei calci in culo fino a consumarmi le scarpe), avrei preferito non soffrire.
Lui non è un mio ex, non ci siamo lasciati, è stata la morte a separarci. Noi eravamo anime gemelle.


Quanti anni sono che non vado in Sicilia, a Messina? e a Roma? e a San Fantino? e ad Amantea? e a Paola? e a Taormina? e a Nicotera? e a Catanzaro?
Tutti luoghi che evito per non soffrire più.
E guardando come e quanto è cambiato il mondo in questi ultimi 20 anni, i rimpianti aumentano, con la consapevolezza che ho lasciato alle mie spalle quanto di più bello abbia mai vissuto.


Oggi sarebbe il nostro 20° anniversario.
Ma dopo 5 anni, una malattia ti portò via la vita, ed io sono rimasto solo.
Dell’amore che ti ho dato è rimasta solo polvere e dell’amore che mi hai dato è rimasto solo un ammasso di  intangibili ricordi.

 

San Faustino 2020

singlitudineEcco arrivare la ricorrenza più attesa – compleanno escluso – tra Capodanno e le mie vacanze estive!

Certo, quest’anno parto in posizione svantaggiata visto che ha inizio mese mi hanno inciso una ciste e sono ancora in convalescenza a casa, ma cazzo, non ho intenzione di ridurmi alla versione gay di Bridget Jones che canta “all by myself” seduto sul letto, circondato da bottiglie di vino!

Finalmente ecco il giorno in cui noi single – nella ragione – ci pigliamo la ribalta, mentre le coppiette che ieri si sono abbuffate di amore e cioccolato oggi ripigliano fiato, noi ribadiamo la nostra esistenza alla faccia di:

  • delle coppiette smelensi ed esibizioniste che non esitano un secondo a baciarsi lavandosi le tonsille a vicenda davanti a tutti!
  • degli/delle ex che ci hanno mollato non hanno ancora capito cosa hanno perso, e che perbacco, non avranno mai più, ma manco se tornano in ginocchio sui ceci a romperci i coglioni!
  • degli/delle ex che abbiamo mollato perché alla fine non ne potevamo più delle loro fisse/gelosie/manie/comportamenti malati, e che abbiamo giustamente mandato dove meritavano, e cioè a fare… …un viaggio ovunque lontano lontano da noi!
  • degli strateghi del marketing che ignorano la nostra esistenza, perché diciamolo, oggi c’è un’impennata nella vendita generale di birre ed altri allegri alcolici, grazie a noi!

Questa ricorrenza ha un effetto che definisco “BIRRAscoso” ha dunque vari effetti a seconda dell’età e dello stato d’animo di chi la celebra. (Come una sbronza da birra!)
Partendo quindi dal 2006 – anno in cui ho cominciato a celebrare questa sacra ricorrenza, ecco i vari stati d’animo:

  • dal 2006 al 2009 – birrascosamente allegra e frizzante, ballando e cantando tutta la sera;
  • 2010 e 2011 – birrascosamente allegro e frizzante, ballando e cantando in casa tutta la sera;
  • 2012 – birrascosamente moderato e pieno di sedativi, a casa dopo essermi esibito in  “Culiday on ice“! (Sostanzialmente sono scivolato fantozzianamente su una lastra di ghiaccio e ho passato tutto il pomeriggio in pronto soccorso con un dolore indicibile.)
  • 2013 e 2014 – birrascosamente al bar vicino casa con una piccola compagnia;
  • 2015 e 2016 – birrascosamente a casa a far le pulizie cantando;
  • 2017 – birrascosamente prendendo atto che ormai con l’amore ho chiuso, e rassegnandomi al fatto che non sono più capace di innamorarmi.
  • 2018 – birrascosamente al pub che frequentavo nel quartiere dove abitavo;
  • 2019 – birrascosamente sottotono, distrutto dal lavoro (avevo il turno di chiusura), sul balcone della mia nuova casa, col bicchiere in mano. (Ne ho tratto un piccolo racconto che non ha interessato nessuno.)

sala d'attesaQuest’anno, il mio birrascoso San Faustino è cominciato nel poliambulatorio dell’ospedale, dove – dopo un’attesa di venti minuti in una sala d’attesa vuota – sono stato medicato dalle due infermiere che ascoltavano tutto il repertorio di Tiziano Ferro.
Anche stavolta, niente infermiere bonazzo!

Tornando a casa con l’autobus, mi sono fermato al forno a prendere un po’ di pane e poi della carne trita, arrivato a casa ho fatto un risotto con carne trita – sfumata nel vino bianco – patate – le ultime due rimaste senza germogli, troppo poche per farne un piatto fritte – e carote. Il risotto è venuto bene, nonostante abbia improvvisato, ma esagerando col vino, mi sono poi abbioccato pesantemente fino alle 19.
E dopo mi sono messo al pc a scrivere queste poche righe, ascoltando vecchia musica su Youtube, ripensando alle cose belle degli anni passati e inevitabilmente ad alcuni miei ex, alcuni con rancore (troppi) e qualcuno con molta nostalgia (l’unico che mi ha amato e che non c’è più da ormai 15 anni).


Per stasera la birra è finita e domani si riprende con la solita vita, o quasi. Sono ancora convalescente e i miei movimenti sono limitati, ma ho già in mente cosa fare per recuperare la giornata di oggi: userò la restante carne trita per fare un bel ragù con cipolla rossa e carote, e se per primo non so ancora se fare tagliatelle o mafalde, per secondo, quasi sicuramente farò polpette in umido. A fine pranzo, un po’ di dolce comprato stamani al forno: crostata con crema pasticcera.
Chef svedese, non ti temo!

 

E anche il 2019 è alle spalle!

Un altro anno sulle montagne russe è andato.

IMG_1393

L’anno scorso ho scritto solo 9 post, di cui solo due recensioni. Tutte le altre idee sono rimaste sospese, o messe nel cassetto del poi, o accantonate, come i vari sogni infranti.
Ho realizzato poco, ma meglio che niente.

A gennaio ho subito un outing al lavoro. È stata un’esperienza orribile, e da allora, non rivolgo la parola al collega che non si è voluto fare gli affaracci suoi, a meno che non sia strettamente necessaria e comunque, solo in ambito lavorativo. Niente saluti, niente auguri, solo occhiatacce in cagnesco.

Ormai zitello inacidito, per il 14 febbraio ho pubblicato tre post, uno con ricordi sull’unico vero amore, uno con i ricordi dei stramaledetti porci… ehm, delle storie successive, ed infine un racconto ispirato dal mio stato d’animo il giorno di San Faustino.
Dalle statistiche delle visite, direi che i miei racconti sono davvero davvero penosi. Infatti penso che non ne scriverò più.

Alla fine di marzo, una zia a me molto cara, ha lasciato questa valle di lacrime. Il colpo è stato molto duro, soprattutto quando ho dovuto dare la notizia a mia mamma. Andare al funerale e trovare lì mia mamma e le altre sue sorelle… è stato un giorno surreale che non mi dimenticherò mai. Ho visto – in quella camera ardente – l’amore della famiglia e allo stesso tempo, ho notato la freddezza di alcuni gesti. Una contrapposizione che non riuscirò mai a spiegarmi. Credo che quell’evento sia stato la soglia di confine con l’età adulta vera e propria. Alla mia età, sia lei che i suoi figli, avevano già messo su famiglia, ed io invece niente. Ricordo ancora alcune delle telefonate con mia zia: alcuni momenti in cui è stata una seconda madre, le risate, le preoccupazioni, le chiacchierate lievi  e quelle non lievi.

Poco meno di un mese e mezzo, un altro lutto in famiglia, stavolta la sorella di mio padre, quella che metteva pace fra me e mio padre quando litigavamo, con cui chiacchieravo per ore e che ogni tanto raccontava aneddoti di famiglia, unica a farlo da quando la nonna non c’è più. Una volta andai a trovarla a sorpresa con un’amica di penna che era venuta a fare le vacanze da me: ci invitò a pranzo e cucinò così tanto e con piacere, tanto di quel cibo che la mia amica quasi non credeva ai suoi occhi, e aveva paura a rifiutare un’altra portata – zia era di corporatura alta – ma il bello venne alla fine del pranzo, quando mia zia chiese alla mia amica se avesse ancora fame (dopo due antipasti, due porzioni di primo, un secondo molto abbondante, due contorni, il dolce fatto da lei e un dolce semifreddo comprato al supermercato, 4 liquori diversi e infine il caffè!)!! Era abituata a cucinare molto e amava cucinare, ma non le piaceva avere persone in cucina perché la sua cucina era piccola o perché la presenza di altre persone le faceva perdere la concentrazione, ma a chiederle una ricetta, le condivideva volentieri senza omettere particolari (come facevano le altre donne della famiglia)!

02.02.2020. La notte che uscimmo dall'euro

02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro

Sempre in quel periodo ho ricominciato a sistemare nel mio studio i libri che dal trasloco giacciono in cantina (e ad ora, in cantina ce ne sono ancora) e catalogandoli sono arrivato a dicembre a quota 325. Alcuni doppioni li ho venduti su ebay e altri li ho regalati. Alcuni me li ero quasi dimenticati e li ho riletti con piacere, altri li ho riletti lo stesso pur sapendoli a memoria (come “Miss Alabama e la casa dei sogni” o “Odette Toulemonde”) e mi hanno aiutato un po’ a svagare la mente dalle preoccupazioni e dalle tristezze.
Dei vari libri che ho letto, ne ho recensito solo uno sul mio blog, un racconto distopico che spero non si realizzi mai.

Per la fine di maggio, due cari amici si sono sposati e mi hanno invitato al loro matrimonio, e devo dire che è stato un bel matrimonio e non mi aspettavo di essere invitato. La sorpresa dell’invito, il correre a trovare delle scarpe adatte, la cerimonia al comune, il bouffet al ristorante e la successiva cena, con tanto di canti e balli. Uno dei ricordi più belli di quest’anno!
Come un altro bellissimo ricordo è stato – a tre anni di distanza – il mio viaggio all’estero, nonché in visita ad un altro caro amico.
È stato molto bello rivedere Andrea, cantare al karaoke (e cos’altro potevo cantare in un karaoke al gay village se non la mitica Gloria Gaynor… “I will survive”), ballare e bere in compagnia, come è stato bello conoscere la sua nuova città: Manchester.
IMG_1649La Whitman Gallery con le sue esposizioni temporanee e non, il Manchester Museum contenente una vasta collezione di reperti compreso un rettilario, l’Università piena di laureandi in quei giorni, il Gay Village più bello mai visto finora, il Museo della scienza e dell’industria così immenso da meravigliarmi io stesso quanto ho camminato solo li dentro pur non avendolo visto davvero tutto, la Central Library meravigliosa vista da fuori ricorda il Pantheon, la John Ryland’s Library che pare una chiesa gotica, un vero tempio del sapere, e tanto altro ancora.
E prendendo coraggio, ho cominciato a prepararmi un coming out in famiglia, un coming out che si sarebbe dovuto tenere in settembre al termine di una settimana dai miei.
Ma l’ennesima lite con mia sorella ha messo la parola fine alla questione: non solo lei è una razzista omofoba convinta, che crede a tutte le fake news in circolazione, ma ad aggiungere coltellate alle coltellate, mia mamma, che pensavo fosse più aperta di mentalità, in una discussione concernente la politica va a toccare tutti “i danni fatti dal PD”, e fra questi inserisce la Legge sulle Unioni Civili. La frase che più mi ha fatto male è stata:

…se uno ha quella cosa lì, non la deve urlare ai quattro venti! Io non lo voglio sapere!

Inutile dire che “quella cosa lì” è l’omosessualità, vista se non come una malattia, certamente come una disgrazia.
Insomma, temevo di perdere la mia famiglia dopo il mio coming out e invece, anche senza fare coming out, l’ho persa lo stesso, da tempo, e me ne sono accorto solo in quel momento.
Un altro pezzo di me si è rotto. Ed io non mi sono formato una mia famiglia, ed è ormai tardi. Ma spero di cuore, che chiunque dovrà affrontare un coming out in famiglia, abbia molta più fortuna di me!

Ogni cosa si paga, ed io ho pagato cara la mia indipendenza.
Resto qui, sempre più spesso in casa a vedere vecchie commedie che a volte recensisco – e forse con un occhio diverso al passato – a commentare anniversari di importanti eventi passati.

In autunno, ho cominciato a fare un po’ di palestra in casa, e qualche scoperta musicale, ho presentato qualche libro riprendendo l’attività di volontariato, ma per finire l’anno in bellezza  (nonostante l’ormai tradizionale web-lite con gli animalari), ho prenotato un posto a tavola in un ristorante vicino al lavoro: nessun menù fisso, si ordinava quello che si voleva (e si pagava quello che si è consumato), poi il karaoke e a mezzanotte, un piccolo spettacolo pirotecnico nel parcheggio messo in sicurezza!
Si, ho cantato anch’io al karaoke. E ho cantato l’unico brano di capodanno che a nessuno era venuto in mente prima… …e si… …e proprio la…

 

Hammamet

Hammamet_locandinaIl mio 2020 cinematografico si apre con il film in cui Gianni Amelio dà forma visiva alla parabola umana (tutta in discesa) di uno dei più controversi uomini politici degli ultimi anni della Prima Repubblica. Reggetevi forte.
Innanzitutto cominciamo a ribadire che un personaggio come Bettino Craxi, è ancora un personaggio molto controverso in un Paese che non sa fare i suoi conti col proprio passato, e questo film non è una ricostruzione storica, ma piuttosto un romanzo scenico, in cui il regista ha assolto il personaggio dalle sue colpe, a volte come sbagli commessi per smania di potere e a volte come capro espiatorio.

Tutto parte da un congresso – neanche l’ultimo – del Partito Socialista Italiano, in cui il protagonista, Bettino Craxi appena riconfermato segretario, viene raggiunto da un uomo con il timore di essere perseguitato. Bettino rassicura l’uomo minimizzando i suoi timori in maniera quasi seccata. Di li a pochi anni, la storia farà il suo corso, e nella scena successiva, l’uomo politico – ormai, non più uomo di potere – si ritrova stanco ed invecchiato in una casa molto lontana in un Paese straniero. Il film mostra come si può sentire un uomo che ha avuto il potere e che ha perso forse nel peggiore dei modi. La famiglia, “gli amici”, l’amante (“la partecipazione straordinaria” di Claudia Gerini!), e un visitatore accolto nonostante la sua entrata in scena poco ortodossa, quali furono – o on furono – le sue azioni, i suoi pensieri, la sua vita, fino alla fine.


Lasciatemelo scrivere in grassetto: Pierfrancesco Favino, da solo, vale il prezzo del biglietto: aldilà del trucco e delle opinioni personali dello spettatore sulla figura di Craxi, interpreta la sua parte in maniera così eccelsa da sembrare davvero il controverso segretario socialista! Voce, movenze, modo di parlare, fa quasi dimenticare che il protagonista è in realtà morto venti anni fa (il 19 gennaio)!
Personalmente, una simile impressione non ce l’avevo dai tempi di “The Iron Lady“!



La location è proprio la villa in cui Craxi ha passato gli ultimi anni della sua vita, ma alcune inesattezze storiche lasciano dubbi se oltre alla licenza narrativa ci siano anche delle scelte di natura legale: dall’epilogo del personaggio comparso all’inizio del film, e interpretato da Giuseppe Cederna (più facile ricordarlo come l’attendente Farina di “Mediterraneo”), alla famiglia in cui moglie e figlio non vengono mai chiamati per nome, la figlia Stefania diventa “Anita”, e il nipote diventa “Francesco”, per non parlare dell’amante interpretata da Claudia Gerini, e di alcune telecamere che nel periodo narrativo del film, non potevano certo essere in commercio.

Il ritmo del film è stato abbastanza lento nel primo tempo per poi avere un paio di scatti per proseguire su una trama cronologica abbastanza breve. Il taglio del film vuole essere molto introverso, ma alla fine del film – non posso nasconderlo – mi sono chiesto “ma cosa cazzo ho visto?”
La risposta: un’occasione persa. Un’occasione persa per parlare della storia di un uomo politico, per parlare di una storia con protagonista un uomo politico, insomma, un romanzo basato su un personaggio realmente vissuto. Questo è quanto.
La colonna sonora è molto curata ma diversa dal canonico stile con cui Piovani ci ha abituato.

Da vedere, soprattutto per le straordinarie capacità interpretative di Pierfrancesco Favino, ma senza aspettative.

 

30 anni dopo il muro

Il muro dividerà Berlino per i prossimi 100 anni –
frase attribuita nell’estate 1989 ad Erich Honecker, segretario del Partito di Unità Socialista di Germania

Già pochi anni dopo la nascita della Repubblica Democratica Tedesca, vi fu un flusso emigratorio molto intenso verso la Repubblica Federale Tedesca, tanto che nel 1961, la SED – il partito comunista della Germania orientale – decise di chiudere le frontiere letteralmente, in particolare a Berlino, divisa tra Est e Ovest, e nella notte del 13 agosto, cominciò ad erigere un muro definito di “arginazione e protezione dal fascismo” noto in tutto il mondo come “il muro di Berlino”, simbolo della guerra fredda e più ancora simbolo della divisione dell’Europa in due sfere d’influenza.

L’espatrio verso i Paesi del blocco occidentale era considerato un reato: il codice penale lo definiva “fuga dalla Repubblica” ed inserito fra i “delitti contro lo Stato”. Tuttavia era possibile inoltrare una “domanda” per trasferirsi nei Paesi occidentali presso il Ministero degli Esteri, ma puntualmente questa veniva respinta, e reiterare quella domanda poteva costare, non solo l’interessamento della Stasi, ma anche un “soggiorno forzato” nelle terribili celle d’isolamento di quella che veniva chiamata “Gelbes Elend” – la “Miseria Gialla” – o alla “Stasi-Knast”, i peniteziari di massima sicurezza di Bautzen, dove venivano richiusi i dissidenti politici insieme ai peggiori criminali, ed il cui nome – “Bautzen II” – era tristemente famoso e maggiormente temuto in tutto il Paese. Altra storia era varcare le frontiere verso gli altri Paesi del Patto di Varsavia, dato che anche quei Paesi non permettevano di varcare le frontiere verso i Paesi occidentali.
E questa situazione rimase immutata fino alla fine degli anni ’80, quando in Ungheria, nel giugno 1989 il comunismo cadde ed il nuovo governo aprì le proprie frontiere con l’Austria, e migliaia di cittadini tedesco-orientali ne approfittarono per raggiungere la Germania occidentale. Un paio di mesi dopo, migliaia di tedeschi-orientali, manifestavano davanti le sedi diplomatiche della Germania occidentale nei Paesi dell’Europa orientale!

Con queste premesse, Gorbacëv visitò Berlino Est in occasione del 40° anniversario della fondazione della Repubblica Democratica Tedesca, esortando – ancora una volta – la leadership del Paese ad adottare le riforme che egli stesso stava portando avanti in Unione Sovietica. Honecker era contrario alle riforme, e da “comunista ortodosso” convinto, arrivò perfino a vietare le pubblicazioni sovietiche che a quel punto considerava sovversive.
La stessa sera del 7 ottobre 1989, il popolo si radunò a protestare davanti al Palast der Republik, il luogo centrale delle istituzioni del Paese.

Il 18 ottobre, a seguito di varie rivolte cittadine, il Partito depose Honecker e lo sostituì con Egon Krenz, che presentato sotto una veste di giovane riformatore, era malvisto dalla popolazione che non solo lo riconosceva come “delfino” di Honecker, ma pochi mesi prima, aveva elogiato le autorità cinesi per la repressione dei moti popolari di piazza Tien An Men.

Nel tentativo di salvare il regime, Krenz ed il Politbüro della SED, elaborarono ed annunciarono alcune riforme, fra cui quella delle regole per varcare il confine con l’altra Germania (in poche parole, si stavano “allentando le restrizioni di viaggio”), ed in una conferenza stampa, il corrispondente ANSA da Berlino Est, Riccardo Ehrman (di origini italo-polacche, adesso 90enne) chiese al portavoce del Politbüro, Gunther Schabowski, quando queste regole sarebbero entrate in vigore. Ed ecco la storia compiersi.

Gunther Schabowski, con le mani sudate, cercò fra le veline in suo possesso la risposta a questa domanda, e non trovandola, rispose:

“Se sono stato informato correttamente, quest’ordine diventa efficace immediatamente.”

In realtà, le disposizioni dovevano entrare in vigore da li a pochi giorni – Schabowsky fu espulso immediatamente dal partito – ma ormai era troppo tardi: la notizia aveva raggiunto decine di migliaia di berlinesi-orientali che si precipitarono immediatamente ai varchi con Berlino Ovest!

Le guardie di frontiera sorprese da questa immensa folla festante che chiedeva di passare, tempestarono di telefonate il comando in attesa di istruzioni, intasando le linee telefoniche, impreparate e non potendo fare altro, lasciarono passare la gente senza nemmeno controllare i documenti, aprendo totalmente i posti di blocco!

Le reazioni dei berlinesi-orientali furono euforiche: gente che saliva sul muro, gente che prendeva il muro a colpi di piccone, gente che piangeva di gioia, e – fonti Rai affermarono – gente che riconobbe il giornalista italiano Riccardo Ehrman e che lo ringraziarono, e lo portavano in trionfo. Una notte di gioiosa follia in cui la giornalista Lilli Gruber realizzò un servizio per il tg2 seduta sopra il muro in mezzo ai berlinesi festanti.
Berlinesi dell’est e dell’ovest si abbracciarono dopo numerosi anni di separazione e i bar ed i pub vicini al muro cominciarono perfino ad offrire birra gratis a tutti, ed insieme ai berlinesi festanti in strada, centinaia di giornalisti di ogni Paese, commentarono la notizia consegnando al mondo e alla storia le immagini che sono rimaste impresse nella memoria collettiva, segnando il punto di non ritorno nel crollo dei regimi autoritari dell’Europa orientale, e la fine del cosiddetto “secolo breve”.

Il Bundestag – il parlamento della Germania occidentale, a Bonn – accolse la notizia riconoscendo un commosso omaggio a Willy Brandt – ex Borgomastro di Berlino Ovest nell’anno in cui venne eretto il muro, e successivamente Cancelliere, famoso per la sua “Ostpolitik” con cui ridusse gli attriti fra le due Germanie derivanti dalla guerra fredda – con un applauso e cantando l’inno nazionale. Il Cancelliere all’epoca in carica, Helmut Kohl, si trovava a Varsavia, in missione diplomatica con il nuovo governo per una sorta di riconciliazione, interruppe la visita per poi riprendere la missione diplomatica pochi giorni dopo e congedando la Ostpolitik cominciò a parlare di riunificazione.

Nelle due superpotenze, le reazioni furono svariate: i media statunitensi commentarono molto enfaticamente l’improvvisa caduta del muro, mentre i politici guardavano all’evento con sospetto, convinti che la caduta del muro non fosse poi così casuale ma anzi “un tentativo di tenere in piedi il regime” – come affermò Bob Dole – mentre il Presidente Bush – più freddo nelle sue relazioni diplomatiche con Gorbacev rispetto al suo predecessore Reagan – profondo conoscitore della diplomazia internazionale, restò a guardare assicurando tuttavia a Kohl che il suo Paese avrebbe appoggiato la causa della riunificazione tedesca anche davanti al leader sovietico.
In Unione Sovietica, la TASS – portavoce ufficiale del regime – comunicò la notizia in maniera asettica, senza particolari commenti, mentre al Cremlino, la linea politica da seguire non era chiara, Gorbacev affermava che la “dottrina Breznev era morta e sepolta” e pochi mesi dopo, avrebbe appoggiato la causa della riunificazione tedesca solo per motivi diplomatici. Gorbacev avrebbe certo preferito che il regime tedesco-orientale seguisse la perestroika in modo da poter dimostrare che il socialismo potesse ancora affermarsi in Europa e rafforzare anche questa sua stessa politica – la perestroika, appunto – in patria, ma caduto il muro, il tema della riunificazione non poteva essere più fermato.

Qualche giorno dopo, il Maestro Rostropovic improvvisa un concerto suonando il suo violoncello davanti al muro per celebrare l’evento.

Da lì a poco meno di un anno, la DDR cesserà di esistere, ma questa è un’altra storia.


Alla fine degli anni ’90, nei cinque lander orientali si comincia a delineare un fenomeno chiamato “Ostalgie”, un gioco di parole fra “ost” – “est” in tedesco – e “nostalgie” culminato pochi anni dopo con film come “Good Bye, Lenin!“, e addirittura fiere in cui si vende memorabilia e gadget del passato regime. Nel ventennale della caduta del muro di Berlino, un sondaggio commissionato dal governo federale tedesco rivelò l’insoddisfazione dei tedesco-orientali a partire dalle condizioni della riunificazione e le delusioni delle aspettative in una misura ben superiore a quella considerata per certi versi “fisiologica”.

Tutto sommato, nessuno dei tedesco-orientali rimpiange il regime oppressivo della SED e della Stasi.

Coming out day

Coming Out Day 2019Il Coming Out Day è una ricorrenza lanciata nel 1988 da un gruppo di attivisti statunitensi per ricordare l’anniversario della seconda marcia nazionale su Washington per i diritti delle lesbiche e dei gay, tenutasi appunto l’11 ottobre 1987.

Oltre ad essere celebrato negli Stati Uniti (dal 1988 in alcuni e poi dal 1991 in tutti i 50 Stati), viene celebrato anche in Italia da pochi anni – da tre anni, se ricordo bene – e in Europa, oltre a Paesi più avanti del nostro nell’ambito dei diritti civili delle persone lgbt+ – come Regno Unito, Germania, Paesi Bassi, giusto per citarne alcuni – questa ricorrenza è arrivata perfino in Paesi come la Polonia o la Croazia, dove la vita della comunità lgbt+ è anche più difficile che da noi.

Negli Stati Uniti, Human Rights Campaign – la più grande associazione lgbt+ statunitense – si impegna ad offrire per questa ricorrenza – oltre a tutto quello che fa nel corso dell’anno – aiuto sotto forma di sostegno e di risorse a tutte quelle persone della nostra comunità che sono alle prese con questo passo – il coming out appunto – che porta poi la persona a vivere la propria vita in maniera più limpida, aperta, e onesta, soprattutto con i propri cari.


Io ho fatto coming out.
Tre volte.

coppia_gay_sims3_thumb.jpgIl mio primo coming out fu con la mia migliore amica all’epoca: nel 2010: andai a trovarla a Messina e prendemmo una granita allo storico chiosco di piazza Cairoli. Avevamo passato mezza mattinata ricordando i vecchi tempi, a parlare di quello che non ci siamo detti nelle nostre periodiche telefonate, di che fine avessero fatto tutti gli altri con cui pian piano abbiamo perso ogni contatto. Mi disse che si stava fidanzando ed io le feci le mie congratulazioni e dopo un attimo di silenzio, aggiunsi che “spero un giorno di poterti anch’io presentare un fidanzato. Rimase immobile, e mi sorrise.

La seconda volta fu più facile, nel 2016: la barista del caffè che frequentavo, parlando del più e del meno con un altro avventore si accorse che bevevo un sorso in più quando quest’ultimo parlava di amore (si stava lasciando con la morosa dopo aver fatto una sciocchezza), il giorno dopo, quando mi servi la solita birra, complice la vicinanza con San Valentino, mi chiese se fossi mai stato innamorato, e alla mia risposta affermativa mi chiese “di una donna o di un uomo?” Rimasi basito per un paio di secondi quando imbarazzato e rosso in faccia risposi che si, si trattava di un ragazzo. La sua reazione fu un ampio sorriso.

logo1E la terza volta venne dopo il Pride di Reggio Emilia nel 2017: dopo dieci anni al lavoro feci coming out. Il mio capo sapeva che mi serviva il sabato per dare una mano a degli amici, ed il lunedì successivo mi chiese come fosse andata, e gli mostrai una foto che mi ritraeva alla bancarella del merchandising ufficiale del REmilia Pride, intento a vendere oggettistica. Rimase a bocca aperta e la notizia si sparse fra i colleghi a macchia d’olio.

Gli esiti dei miei coming out?

Il primo fu un disastro! Quando ci salutammo capii che qualcosa non tornava, e di li a poco si rese irreperibile, terminando un’amicizia lunga quasi dieci anni. Ci rimasi molto male, e questo pregiudicò il corso degli eventi.

Il secondo era quasi indotto, non avevo l’esigenza di dire alla mia barista preferita che mi piacevano gli uomini ma lei da sola si accorse che nelle mie chiacchiere con la compagnia, l’argomento “donne” era quasi completamente assente, o che comunque non partiva mai da me. Qualche mese dopo, mi disse che era bello vedermi un po’ più rilassato da quando avevo fatto coming out. E mi sbloccai un po’.

La terza volta, al lavoro sapevano che ero nel volontariato ma non sapevano dove, e pian piano lasciai indizi, mi preparai il campo, e poi andò bene, con una foto ed un sorriso a trentadue denti! Il mio capo non mi fece mai domande stupide o invadenti, e a sorpresa, nonostante sia molto cattolico e praticante, non si dimostrò omofobo, anzi, mi difese in un paio di conversazioni con un paio di colleghi omofobi (uno dei due, ora ex collega). Qualche tempo dopo, un mio collega mi disse che era più piacevole lavorare con “il vero me” che con il precedente antipatico che ero prima. E ciò mi rese felice.

IMG_1234La quarta volta… …fu troncata proprio all’inizio della frase, da mia sorella con l’esternazione della sua opinione sullo stilista Gianni Versace, di cui ricorreva il 20° anniversario della morte proprio quel giorno. Un’opinione così greve, che a riproporla a degli scaricatori di porto atei, questi si mettono a farsi il segno della croce per due ore!

Quest’anno, mi ero ripromesso che stavolta non mi sarei fermato a mezza frase, che sarei andato fino in fondo. Tanto deciso da prepararmi anche su facebook con un ashtag #Imcoming… Avevo anche letto – a spezzoni per farmi coraggio – un interessante libro a riguardo, scritto da Giovanni e Paola Dall’Orto, intitolato “Mamma, papà: devo dirvi una cosa!” Sinceramente un ottimo libro per un adolescente, ma non certo per me che mi avvicino ormai ai 40 anni e che ormai “ho perso il treno”!

Infatti, questa volta, lo scorso settembre, a casa dei miei, in un’altra discussione più ampia, mia mamma – principale destinataria del mio coming out – si è rivelata essere meno aperta di mentalità rispetto a quanto ho sempre pensato, e si è espressa in maniera molto negativa sul tema dell’omosessualità…

All’inizio del bellissimo video che vi ho proposto, alla prima schermata la scritta recita “Molte persone omosessuali non si dichiarano ai genitori pensando che preferirebbero non saperlo” … … … ecco qui: parlando di scelte politiche siamo finiti a parlare della Cirinnà che avrebbe fatto “quel pasticcio” per interesse, al chè ho risposto che la Cirinnà non è lesbica, e mia mamma ha detto testualmente che “va bene, ma quando delle persone hanno quella cosa lì, devono tenersela e a casa loro e basta, invece di rompere le scatole per strada alle persone normali! Se uno ha questa cosa di essere gay, io non lo voglio sapere!“… …ed in quel momento, quelle parole pesanti come macigni piombati sulla pancia, mi hanno spento.
Se sa o se sospetta, non lo saprò mai, e lei non vuole sapere se ha ragione in un verso o in un altro.

No. #ImNOTcoming…
Avrei voluto davvero finire questo post scrivendo l’esatto opposto. Scrivendo di come mia mamma si fosse alzata dalla sedia per venirmi incontro ed abbracciarmi, e di come quell’abbraccio mi avesse sollevato di tutte le lacrime e le pene passate negli anni passati.
Invece no.
Invece di togliermi un fardello di dosso, sono poi tornato a casa mia, nella mia Reggio Emilia, con la consapevolezza di lasciare in Calabria non più una famiglia, ma un gruppo di estranei consanguinei.

In questa ricorrenza che dovrebbe essere di festa, e che per me – purtroppo, e come per molti altri come me – non lo sarà, auguro a tutti i ragazzi e ragazze la fuori, di avere più fortuna di me, soprattutto con le proprie famiglie.

Con tutto il cuore.

IMG_0097 - Copia