L’ora più buia

l'ora_più_buiaCandidato a 6 premi Oscar e vincitore di due fra cui “Migliore Attore”, Gary Oldman ci presenta Winston Churchill con un’interpretazione che davvero vale l’Oscar!

Questo film storico ci riporta nella Londra del maggio 1940, Chamberlain – giudicato dalla cronaca e dall’opinione pubblica troppo morbido con le pretese naziste in passato – ha rassegnato le dimissioni e indica al Re Giorgio VI l’unico nome su cui è possibile convergere per un governo di unità nazionale: Winston Churchill.
Il Re non si fida e controvoglia dà l’incarico a Churchill di formare un nuovo esecutivo. Su Churchill pesano ancora le colpe della disfatta navale britannica dei Dardanelli (giusto per citarne una) e Churchill si ritrova tutta l’attenzione dell’opinione pubblica addosso in una situazione sul filo del collasso.
I nazisti avanzano inarrestabili e dopo aver invaso Belgio, Olanda, e Lussemburgo, stanno per far capitolare la Francia. Churchill non perde tempo e convoca un gabinetto di guerra per contrastare l’ondata nazista e scongiurare una possibile invasione il cui esito – in quel frangente . è tutt’altro che scontato, ma tutto questo pare non bastare.
Oltre alle diffidenze del sovrano – diffidenze che poi svaniranno – Churchill si trova ad affrontare nella sua ora più buia e in quella del suo Paese, anche i timori per le reazioni dei cittadini britannici non ancora adeguatamente preparati per la guerra, e i complotti oscuri che serpeggiano nel suo stesso partito, complotti guidati dal dimissionario Chamberlain.
Per quanto riguarda il finale vi posso solo dire che rappresenta invece l’inizio.

Gary Oldman – mi ripeto, lo so – ha pienamente meritato l’Oscar, e già solo per la sua interpretazione, questo film dovrebbe entrare nelle scuole!
Ricostruzioni storiche di costumi e luoghi sono molto accurate anche se alcuni piccoli dettagli della scena della metropolitana e alcuni dialoghi minori sparsi qua e la non mi sono sembrati così “autentici”.
Menzione speciale per la colonna sonora curata dall’italiano Dario Marianelli – lo stesso che curò le musiche di “V per vendetta” – che segue le vicende narrate nel film e l’umore dei protagonisti in maniera perfetta (a tratti mi richiamava in mente la solennità della colonna sonora di “The Iron Lady” curata invece da Thomas Newman), e a mio parere meritava almeno la candidatura all’Oscar.

Annunci

Chiamami col tuo nome

chiamami col tuo nome locandinaSe nel 2005, “I segreti di Brokeback Mountain” divenne – secondo i mass media – il film simbolo dell’amore gay, il 25 gennaio 2018 quel film è stato scalzato da “Chiamami col tuo nome” candidato a 4 premi Oscar e vincitore di quello per la sceneggiatura non originale.

Nel mondo di oggi, ci siamo abituati a rivolgerci ad internet per fare quelle domande che non osiamo fare a nessuno o per conoscere gente che non sapremmo dove cercare… …come ce la saremmo cavata senza questa tecnologia? Certamente le interazioni sociali per prime sarebbero molto diverse, comprese le relazioni amorose. In questo film vediamo un amore nascere e sbocciare con tutti i suoi dubbi e i suoi piccoli tormenti e le sue gioie ed i suoi momenti meravigliosi e non, in un luogo e in un tempo ormai molto molto lontano. Potrei dire “un mondo fa”.

Elio Pearlman/Timothé Chamelet è il figlio 17enne di una famiglia ebrea italo francese immersa nella cultura e nella verde campagna lombarda vicino a Crema, nella lontana estate del 1983. Ospiteranno un 24enne neolaureato e fresco di cattedra, Oliver/Armie Hammer, che sarà l’oggetto della curiosità di tutti e l’oggetto del desiderio di tutte.

Dopo un primo tempo in cui i due si sfiorano avvicinandosi e allontanandosi, la passione fra i due scoppia nuova, travolgente e totalizzante, coinvolgente, come solo i primi amori giovanili possono essere. Elio s’interrogherà a lungo senza mai dare un nome a quell’amore che lo avvicina a Oliver invece che a Marzia/Esther Garrel con cui ha le sue prime esperienze sessuali vere e proprie, così come Oliver si premura a non farlo sapere in giro.  Ma i genitori di Elio se ne accorgeranno, nel giro di poche settimane le vite dei due giovani cambieranno per sempre e al successivo Hannukkah, Elio non sarà più lo stesso.

La regia di Luca Guadagnino è magistrale, il ritmo lento (dopotutto è una produzione francese) della prima parte del film viene compensata dalla travolgente passione mostrata dai due attori protagonisti, dalla cura con cui è stata ricostruita l’atmosfera di quell’Italia del 1983 oggi ricordata con nostalgia da molti 50enni, dalla colonna sonora accurata ed azzeccata, dai costumi realistici (che anche quelli, a mio parere, valevano un Oscar!), al linguaggio adottato nei dialoghi e assolutamente realistico per il tempo in cui è ambientato: d’altronde non si fa cenno all’omosessualità e anzi, la parola “gay” viene pronunciata solo una volta in tutto il film e in un discorso che non si riferiva ai due protagonisti del film.

Inoltre, ci sono elementi nella trama del film, che possono sviluppare un sequel al film quindi continuando sulla trama del libro da cui è tratto, ma in cuor mio mi auguro che questi rumours non abbiano seguito, per non alterare le emozioni che lascia questo film, perfetto così com’è.

Mi auguro possiate vederlo (o rivederlo) presto!

E addio 2017

Ed ecco che anche questo anno – il 2017 – è giunto alla fine. Dopo un anno particolare quale il 2016, con molti dolori e poche soddisfazioni, tante aspettative si erano addensate sul 2017, alcune sono rimaste deluse e altre sono state soddisfatte, e che comunque ha portato molti cambiamenti.

Dopo un gennaio segnato dagli strascichi del 2016, a febbraio è morto un mio zio. Rivedere i miei parenti in questa imprevista occasione, senza filtri – il comportamento di mia zia (che si è sempre trattenuta le lacrime fino all’omelia del prete, e anche mentre piangeva, faceva attenzione a non lasciarsi andare a scenate che mai sono appartenute alla sua famiglia, alla mia famiglia), e delle mie cugine, gli altri zii, e le zie (e i misteri in famiglia) – mi ha colpito tanto da promettere a mia madre (e a mia zia) che sarei sceso in Paese l’estate successiva. Ma nonostante questo botto, la prima parte dell’anno è stata caratterizzata dal collega coglione che coi suoi disastri ci scombussolava i turni ogni giorno, e questo mi ha impedito di dare il meglio in occasione della preparazione del REmilia Pride. logo1L’evento mi ha fatto bene, tanto che ho fatto coming out al lavoro, e dopo anni che mi conoscono, i colleghi ed il capo l’hanno presa anche abbastanza bene. Ma il giorno dell’evento, la stanchezza fece irruzione in maniera troppo pesante tanto da non andare poi alla festa in discoteca. Quella stanchezza è stato un brutto presagio: mi ricordo il momento preciso in cui mi è crollata addosso come una tonnellata di mattoni, vicino l’ora di cena, in cui sono stato lasciato praticamente da solo, ed i tristi pensieri sono scattati come la molla di una trappola per topi. Il pensiero che l’ha fatta scattare è stato “cazzo, sono andati via tutti!” I miei amici erano andati a mangiare ma non ero riuscito ad accodarmi a nessuno di loro per andare a cenare non da solo e mi sono sentito di troppo, come al solito, come anche in famiglia.

Neanche un mese dopo, e dopo aver recuperato una vecchia amicizia, vado con questo amico al Pride di Bologna! Dopo anni in cui non riuscivo a parteciparne manco ad uno, eccomi partecipare a due – ripeto, DUE – Pride! Anche in questa occasione, niente discoteca: ormai sono troppo grasso e vecchio per questo genere di cose come anche per l’amore.

IMG_1190Poche settimane dopo, come promesso – l’inverno precedente – sono sceso dai miei genitori, come avevo appunto promesso, ma solo per una settimana. Nonostante siano passati 5 anni, le ferite di una vecchia lite bruciano ancora troppo forti. Il viaggio in treno non è stato psicologicamente facile, nonostante avessi una cabina letto tutta per me. Il treno scese veloce fino a Roma: non riconoscevo più la stazione Tiburtina, come che non facesse male abbastanza. Più avanti, il treno si fermò nei pressi di Nola, immobile tra due fronti di incendio così grandi che l’odore del fumo si sentiva pesante dentro il treno nonostante i finestrini fossero chiusi e sigillati! Non dimenticherò mai la vista che mi si presentò quando uscii dalla cabina: sul finestrino davanti la porta della cabina c’era una linea rossa accesa che sembrava una crepa sul vetro, stropicciando gli occhi stordito dal sonno non capii per qualche secondo se quella linea fosse effettivamente una strana crepa sul vetro o uno scia di sangue manco fossi catapultato in un film horror. La consapevolezza di ciò che vedevo e l’odore acre del fumo mi ha fatto capire la portata di quell’incendio! La maledizione che ho lanciato in quel momento ai criminali che hanno appiccato il fuoco, non me la dimenticherò mai. Per quasi due ore rimanemmo fermi lì. Dal finestrino della mia cabina, il Vesuvio (o presunto tale, col buio non ci si capiva una mazza), con un incendio su quella che sembrava la sua sommità. E anche lì, fiamme altissime che sembravano schizzi di lava! Se quello era il benvenuto che mi riservava il Regno delle Due Sicile, il fato non era certo incoraggiante e motivatore!

Ancora più avanti, arrivammo a Maratea per l’alba, ed io mi godetti il panorama sul mare dal mio finestrino (a differenza dell’ultima volta, senza trevigiani scassamaroni!), Paola, San Lucido, e poi, Amantea… mi affacciai sull’altro lato per vedere la torre ed il castello… e anche lì, le fiamme corredavano il panorama. Un altro brutto presagio!

Ma non volevo badarci! Ero determinato a fare coming out in famiglia – forte della reazione dei miei colleghi oltre che dei miei amici – ma se già i sopra citati brutti presagi e altri pensieri tentavano di farmi desistere, il colpo decisivo l’ha dato mia sorella! L’occasione perfetta si è presentata il 13 luglio, quando il telegiornale ha ricordato che il giorno successivo sarebbe stato il 20° anniversario della morte di Gianni Versace: mia mamma, adorava i suoi vestiti e ogni tanto li rielaborava seguendo il suo stile… praticamente si confezionava dei veri simile finti Versace! Mentre il tg mandava in onda un servizio sulla vita dello stilista ucciso, mia mamma commentava i vestiti che passavano in passerella per poi concludere con la solita frase di sempre… “vestiva così bene ogni donna ed era finocchio! Che peccato!”
Colsi la palla al balzo: “eh vabbè mà, questione di gusti, invece di piacergli la donna gli piaceva l’uomo, che sarà mai… …anche a te piacciono gli abiti che faceva, e anche a me piacciono gli uomini!” O almeno, io l’avrei detta così, invece son riuscito a dire la prima parte, perché nel frattempo, appena ho finito di dire quel “che sarà mai”, mia sorella è entrata in cucina esordendo con un finissimo intervento in disaccordo con quanto sostenuto sia da me che dal servizio televisivo. Oh Zeus… come il tempo è relativo, anche la finezza di mia sorella è molto relativa… “a quel rxttxxncxlx avrebbero dovuto ammazzarlo prima!” E questa parte d’intervento ve l’ho anche ripulita, la seconda è molto ma molto più difficile da ripulire e non ve la ripropongo nemmeno!
Capirete quindi che in quell’istante, un’altra tonnellata di mattoni mi è cascata addosso. Mia sorella è talmente omofoba che Adinolfi & Co. a confronto sono i sette nani (e vi sto parlando di uno che è talmente grosso che quando indietreggia fa “bip bip” come i camion della nettezza urbana)! E niente, anche stavolta, la mascherata deve continuare. :/

IMG_1209Conscio che quel viaggio è stato un mezzo sacrificio vanificato da mia sorella in quei pochi secondi, il giorno successivo presi il treno e andai a Reggio Calabria.
Arrivato a Villa San Giovanni, lo stesso shock di Roma Tiburtina: non solo non c’erano più i vecchi traghetti (cosa che già sapevo e già avevo difficilmente metabolizzato), ma avevano perfino smontato le passerelle con cui si poteva imbarcare o andare sulla spiaggia più avanti e dove sono stato spesso a vivere bei momenti indimenticabili… … … . 😦
Arrivato a Reggio Calabria Centrale, avevo bisogno di staccare un attimo i miei pensieri dai miei ricordi e dalle sensazioni che in quel momento sentivo violente e opprimenti. È bastato recarmi nella vicina villa comunale dove al solito chiosco, la solita signora (già anziana quando avevo 15 anni) mi dette per 1,50 € (nel 1998 erano 1.500 £) un bel bicchierone di latte di mandorla. Le mandorle tritate in fondo al bicchiere, la vista dalla panchina sulla collinetta della villa rivolta verso il mare, il vento che mi carezzava sul collo… …eccomi in quel momento a recuperare la pace con me stesso e con le mie emozioni.

Ho cominciato a risalire la città come un turista e salendo verso il castello aragonese, ho avuto una bellissima sorpresa: finalmente, dopo 20 anni dalla mia prima visita, il castello era aperto e visitabile! E non ho perso tempo!
IMG_1234Una volta sul tetto, insieme a tutti quei croceristi (altra bella sorpresa) ho mirato uno dei più belli panorami del mondo. Ed eccolo, il vento delle Stretto, sul mio viso a rifocillarmi e a consolarmi. Ci rimasi circa un’ora e mezza, poi scesi a vedere le due esibizioni di arte contemporanea e classica all’interno del castello.
Sceso verso piazza Camagna, e poi di nuovo su Corso Garibaldi, mi sono recato su piazza Italia, sotto la quale, erano aperti degli scavi archeologici.
Sotto il livello stradale, durante i lavori di rifacimento della piazza, tra il 2001 ed il 2004 vennero trovati dei resti davvero molto interessanti, un unicum archeologico che non meritava certo l’oblio, e che fortunatamente si è riuscito a rendere visitabile, grazie anche alla guida di volontari in loco (mi era capitato come guida un insegnante di storia dell’arte in pensione, che non parlava un buon inglese ma che ce la metteva tutta, e che mi ha parlato degli scavi e dello stato attuale della cultura a Reggio Calabria, con molta passione e molto trasporto. Per la prima volta da quando ho memoria, mi sono sentito consolato su un fronte su cui avevo sempre preso sonore porte sbattute in faccia. Ma ormai, riguardano sogni ormai finiti anche se non dimenticati, parte di un pezzo della mia vita che non tornerà più.

IMG_1316Su quella piazza si affacciano il palazzo della Prefettura, Palazzo Foti (ex sede della Provincia, oggi Città metropolitana), e Palazzo San Giorgio (sede dell’amministrazione comunale, parzialmente visitabile), e sul lato del Corso Garibaldi, di fronte a quest’ultimo, il bellissimo teatro comunale intestato a Francesco Cilea, insigne maestro palmese/reggino. In quei giorni, il teatro ospitava una serie di spettacoli di danza moderna e nel momento in cui passai, era aperto per le prove: dopo 13 anni, entrai di nuovo in platea. Che emozione! 🙂

Assistetti un po’ alle prove (sia per curiosità, sia per riposarmi seduto su una di quelle poltroncine così comode) e intanto notavo di quanti giovani reggini ci fossero in giro, e con sorpresa devo ammettere che erano più di quanti me ne aspettavo e di quanti ce ne potessero essere ad un simile evento culturale nel periodo in cui io avevo la loro età (quindi parliamo della fine degli anni ‘90 e inizio del nuovo secolo), è stato un pensiero davvero piacevole. La cultura PUÒ davvero salvare la Calabria dalle brutture che da secoli l’affliggono e spero che sempre più giovani e cittadini se ne possano rendere conto e crederci davvero!
E pensare anzi, che questa stessa medicina potrebbe salvare il Paese intero. Chiusa questa piccola parentesi, che ammetto è una piccola speranza che risiede in fondo al cuore, ho visitato la Pinacoteca civica che occupa una parte del teatro e che ha aperto nel 2008, trasferendosi lì dalla sede del Museo Nazionale della Magna Grecia, girando in mezzo ai capolavori che partono dal 16° al 19° secolo, sopravvissuti all’apocalittico terremoto del 28 dicembre 1908, e altri del 20° secolo. Osservare opere di Mattia Preti, Francesco Jerace, Renato Guttuso, e ancora il Vitrioli, Antonello da Messina, e perfino una piccola copia del Laocoonte del Bernini! Si, scolpita proprio da quel Bernini le cui sculture romane sono conosciute in tutto il mondo! Giusto per citarne alcuni.

E dopo il pranzo, risalii ancora Corso Garibaldi, vedendo posti che conoscevo ormai cambiati e quasi irriconoscibili. Negozi chiusi come la sala giochi dove mi davo a volte appuntamento col mio grande amore, o l’ottico dove ho comprato per la prima volta delle lenti a contatto, il negozio di filatelia e numismatica dove il mio grande amore (sempre lui) mi comprò il primo regalo d’anniversario… Arrivai così a piazza De Nava, di fronte la quale sorge Palazzo Piacentini, sede del (rinnovato) Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria (…e Parma suca!!!)(scusate ma dovevo proprio dirla!) che finalmente ha le sembianze di un vero importante museo europeo moderno: un percorso didattico lineare e semplice con esposti molti più reperti che in passato, a partire dal secondo piano a scendere fino al seminterrato! Unica pecca: a metà percorso stavo morendo di sete e non so cosa avrei dato per un sorso d’acqua! La mia parte preferita rimane quella che differenzia le antiche colonie magno-greche ed il periodo pre-romano, con i reperti provenienti da Locri Epizhephirii – oltre alle statue dei Dioscuri e la ricostruzione di un antico tempio – e la “testa del filosofo”, e “l’Apollo Aleo”, e il “Kouros di Reggio”, e senza dimenticare ovviamente i pezzi più famosi, i bronzi di Riace!
Una visita catartica.

Uscito dal Museo decisi ormai di tornare a casa dei miei, pensavo di prendere l’autobus nella piazza dietro il Museo e antistante la stazione di Reggio Calabria Lido, ma sapendo che il tracciato autostradale era stato variato e molti bellissimi panorami non li avrei più visti, optai per il treno, per vedere ancora il magnifico mar Tirreno e la sua bellissima costa, ad alcuni tratti contaminata solo dal passaggio della ferrovia. Ma anzichè partire da quella stazione semiabbandonata allo squallore che solo le stazioni sotterranee suggeriscono, mi decido di prendere il treno dalla stazione centrale.
Dopo aver preso un bel gelato da “Cesare” – la più famosa e la migliore gelateria della Calabria – una bella coppetta con gelato al melone e crema di bergamotto (!!!) mi sono incamminato sul lungomare più bello d’Italia, ogni tanto soffermandomi ad osservare il mare, a sentire il suono delle onde, a respirare quell’aria piena di iodio, e cercando di pensare a niente che mi potesse ferire.
Arrivato a Reggio Calabria Centrale, presi il treno per tornare dai miei. Il resto della settimana è stato pieno di alti e (colpi) bassi, e nonostante tutto, non vedevo l’ora di tornare a casa mia, a Reggio Emilia.

Quella piccola gita di un giorno è stata forse l’unica (mezza) giornata di vacanza di quest’anno… la differenza è notevole: se sono in ferie, stacco dal lavoro… se sono in vacanza, stacco dalla mia vita quotidiana, dai suoi pensieri e dalle sue preoccupazioni!
Al ritorno al lavoro, questo fallimento mi ha sforzato tanto da non riuscire nemmeno a mascherarlo, ed in molti se ne sono accorti. Non ho più l’età per portare le maschere ma dopo tanto tempo passato ad indossarle, devo ammettere che faccio fatica a distinguere dove finisce la maschera e dove inizia la pelle della mia faccia. Si, ne sono stanco.

A fine settembre, molte cose sul lavoro sono cambiate, quasi a rimarcare il decimo anniversario del mio arrivo nella mia nuova città. E questa ricorrenza è stata la molla di molte riflessioni e di molti pensieri su come il tempo passa velocemente, su quanto ho realizzato e sulle tante cose che invece non sono riuscito a fare. Poi il congresso anticipato del circolo arcigay di cui faccio parte, e poi il cambio dei capi al lavoro, e ancora, l’arrivo di un nuovo anno, con il suo carico di aspettative. Un carico sempre più leggero, segno forse che ai sogni e alle speranze, quasi non cedo più. (No, non manca una “r”, quel “cedo” è proprio voce del verbo “cedere”!)

Quel che mi porterò di quest’anno appena concluso, è la consapevolezza che molte cose rimarranno chiuse nel cassetto insieme ai vari sogni e sentimenti che ho messo da parte. Si, sono capace di molte cose, ma molte altre non le realizzerò mai perché troppo tardi. Non ho certo voglia di fare la fine di Marguerite, continuo lo stesso a vivere fra alti e bassi, come ho sempre fatto.

 

Natale di riflessione (e bidone)

albero_rainbowQuesta riflessione potrebbe suonare quasi come una lamentela, ma non lo è. È giusto una riflessione maturata tra la giornata di ieri e stamattina.

Quest’anno ho passato un Natale diverso dagli altri anni, infatti dopo aver pianificato tutto per il pranzo ed aver finito di fare la spesa il 22, essendomi messo d’accordo con i miei cugini (saremmo stati in 4: io, mio cugino, sua moglie, e loro figlio) sapevo già cosa preparare.

Per il cenone, visto che ero da solo, ho fatto una semplice spaghettata al tonno bianca e per secondo dei filetti di platessa alla pizzaiola

Il menu di Natale quest’anno era composto da:

  • antipasto di zeppole semplici con tagliere di formaggi e salumi – parmigiano reggiano, stelvio, piave, asiago, prosciutto crudo, prosciutto cotto con erbe, salame Milano
  • pasta al forno gratinata – sedani rigati cotti al dente con ragù alla bolognese, formaggio stelvio a dadini, prosciutto cotto alle erbe, carne trita mista bovina/suina ammassata in mini polpette soffritta in vino bianco, carote sminuzzate, gratinata, senza besciamella
  • per gli adulti – polpettone ripieno tagliato in dischetti cotto nel lambrusco e con un dischetto di parmigiano reggiano lasciato sciogliere sopra, servito con patatine rosolate al burro ed un filo di aceto balsamico di Reggio Emilia (no, non di Modena!)
  • per il bimbo – polpette con un po’ di ragù e patatine rosolate al burro (senza aceto balsamico ma con mooolte patatine in più!)
  • pandoro
  • vini e spumante sarebbero stati portati da mio cugino (ma comunque ho la mia piccola riserva)

Nella serata del 24, sul tardi, quando ormai avevo già preparato tutto per la cottura finale, arriva la telefonata che mi avverte che purtroppo è stato cambiato il turno in ospedale alla moglie di mio cugino, e che quindi non sarebbero scesi in Emilia da me.
Seguono lunghe frasi di circostanza per scusarsi, eccetera eccetera.

coppia_gay_sims3Onestamente, quasi non m’importa. E per una semplice ragione: credo di aver smarrito quel senso dello stare insieme che è tipico del Natale. E comunque, quest’anno manco ho fatto l’albero e l’idea di farlo in fretta e furia la mattina del 25 non mi allettava per niente!
Ho passato il Natale mangiando, cazzeggiando su youtube, giocando con the Sims 3 – dove a differenza della realtà, non solo ho un marito fedele che stravede per me, ma ho anche due figli di cui un liceale avviato verso una carriera da atleta professionista ed una ragazza in gamba indecisa se intraprendere la carriera medica o nelle forze dell’ordine – poi cenando di nuovo da solo, ed infine vedendo uno spettacolo della compianta Anna Marchesini – “Parlano da sole” del 1998 – su dvd.anna_marchesini
Non riuscendo a prendere sonno, ho finito la bozza della recensione di un film, che avevo lasciato in sospeso tempo fa e ho creato una pagina di elenco di tutte le recensioni che ho fatto, sia di libri che di film.

Mentre sto scrivendo, mi viene in mente adesso un vecchio pensiero: per alcuni anni, e per motivi legati alla mia unica storia d’amore seria, preferivo il giorno di Santo Stefano ed il Capodanno al Natale… …erano i giorni che potevo passare col mio amore.
Realizzo proprio ora che fra poco più di una settimana fanno 13 anni che non c’è più, ma non credo che sia questo il motivo per cui mi sono scollato il senso del Natale. Semplicemente ho smesso di credere che ci siano dei miracoli pure per me. Quindi che senso ha il Natale? Farsi gli auguri con persone che non si sentono per tutto il resto dell’anno… lunghe telefonate con parenti che ti conoscono sempre meno (che poi, sempre a mettere certi magoni addosso, mai una buona notizia!)… mangiare un pranzo o una cena più abbondante del solito con persone con cui condividi solo una parte di dna (sempre che non rifilino bidoni)… festeggiare la nascita di un uomo figlio di Dio, morto per noi dopo una vita (breve) passata a predicare l’amore per il prossimo ed il perdono, combattendo le storture e le ipocrisie di quel mondo che sono più o meno le stesse dopo 2000 anni. E buona parte di quelle storture ed ipocrisie sono perpetrate proprio dalla Chiesa che tramanda – “secondo la tradizione” – i suoi insegnamenti.

noioso_nataleE allora che senso ha? Perpetrare l’amore un giorno l’anno intendo. Lo si dovrebbe fare tutto l’anno, indipendentemente dalla religione e dalle organizzazioni religiose, e nel mio piccolo lo faccio, nonostante il mio black humour e la mia misantropia del weekend.
Quanto al perdono – che trovo sia un discorso più pasquale che natalizio – non mi va di parlarne: nella mia vita per tanto tempo ho chiuso gli occhi e perdonato gente che meritava solo di essere sputata in un occhio e presa a calci, ma adesso, sulla soglia dei 35 anni penso proprio che l’amore non sia poi così infinito ed il perdono spesso non c’entra affatto con l’amore.

Adesso basta, è quasi ora di pranzo e ho degli avanzi da riscaldare e per farlo, devo scartare il mio regalo di Natale: un nuovo microonde ancora imballato, e che sostituisce il vecchio microonde che dopo quasi 9 anni di onorato e fedele servizio, ha tirato le cuoia lo scorso novembre. E se dovessi definire con una parola quello l’emozione che provo in questo momento, non è “tristezza”… …ma “noia”!

Happy End

 

A saperlo prima, col cavolo che sarei andato a vederlo di sabato sera. E a personalissimo parere, chi ha montato il trailer andrebbe denunciato per pubblicità ingannevole!

happy_end_locandina

La trama altro non è che il ritratto della famiglia Laurent, una famiglia borghese di merda in quel di Calais.
La famiglia è così composta: il vecchio Georges/Jean-Luis Trintignant vedovo che cerca di suicidarsi in tutti i modi, anche quelli più grotteschi; i figli del vecchio sono due, Anne/Isabelle Huppert che cerca di salvare la ditta di famiglia, e suo figlio Pierre/Franz Rogowski che in cerca di se stesso, depresso, si lascia andare all’alcolismo come se aiutasse nella ricerca di un senso alla propria vita; l’altro figlio del vecchio, Thomas/Mathieu Kassovitz è un primario che accoglie in casa la figlia di primo letto, la piccola Eve/Fantine Harduin mentre diventa di nuovo padre con la seconda moglie, ed intanto ha anche una relazione extraconiugale. Eve – a differenza del cugino con tendenze autolesioniste – cerca di dare un senso alla propria vita in maniera egoista, facendo del male agli altri. Come riassunto forse è troppo limitativo ma non voglio fare spoiler.

Michael Haneke è un bravo regista forse troppo fissato con la morte: la dimostrazione è nella sua personalissima rielaborazione di “Arancia meccanica” che ha intitolato come “Funny games” (ma complimentoni per il titolo!) e come non bastasse, l’ha pure rifatto pari pari dieci anni dopo! E se errare è umano e perdonare è divino, è anche vero che perseverare è diabolico! Infatti è con la morte che i due più giovani protagonisti vengono a contatto mentre cercano, spaesati, di dare un senso alla propria vita e già dall’inizio del film!
Detto questo, non mi importa della formazione del cast, ma il suo prossimo film non andrò affatto a vederlo!

La bravura degli attori è evidenziata dalla mancanza della colonna sonora: Mathieu Kassovitz è notevolmente invecchiato dai tempi de “il favoloso mondo di Amélie” cosi come lontani sono anche i tempi di “Amen” ed il suo personaggio non è né scontato né poco credibile; quanto ad Isabelle Huppert, lei è sempre una garanzia quanto a bravura e qualità di recitazione, infatti, se in certi momenti la serietà del suo personaggio ricorda quello (più fragile) che ha interpretato ne “il condominio dei cuori infranti”, si nota la differenza dai dettagli come quando fa un discorso al compleanno del padre, o alla fine del film, con l’occhiata sbalordita ma ferma che lancia alla nipote. Di scuola e di maestria superiore, Jean-Louis Trintignant, già bravissimo ai tempi de “il sorpasso“!

Se sappiamo già che i film francesi sono lenti, la già citata mancanza di colonna sonora, lo rende ancora più lento e quasi insopportabile. Non nascondo che il crampo alla chiappa destra per il sedile scomodo, era un pensiero meno noioso.

Marguerite

poster-margueriteUn bellissimo film in concorso per il Leone d’oro al 72° Festival del cinema di Venezia, e che ha vinto Premi César (su 11 candidature) per migliori costumi, scenografia, e sonoro, nonché a Catherine Frot come migliore attrice protagonista.

Liberamente (ma molto liberamente) ispirato dalla biografia di Florence Foster Jenkins, e girato e realizzato ben un anno prima del film biografico – “Florence“, appunto – interpretato da Meryl Streep.

 

Nella Francia post-bellica di inizio anni ’20, una nobildonna francese, la baronessa Marguerite Dumont (Catherine Frot), appassionata di canto e di musica, grande collezionista di cimeli musicali e filantropa, moglie di un uomo molto importante, tiene piccoli concerti per buone cause e per deliziare i suoi ospiti. Peccato che è stonata come una campana crepata!
Dopo una recensione positiva fatta da un giornalista/truffatore infiltratosi nella sua villa durante uno di questi concerti, tenta di arrivare ad esibirsi in un teatro, vuole tenere un gran concerto aperto al pubblico.
Il marito Georges (André Marcon), riluttante all’idea, scoprirà pian piano che sua moglie è indomabile e verrà a contatto con una verità più profonda sul suo rapporto di coppia.
Madelbos (Denis Mpunga) non è solo un maggiordomo autista fotografo tuttofare molto devoto che convince con metodi poco ortodossi Atos Pezzini (Michel Fau) a dare lezioni di canto alla baronessa Marguerite per di prepararla al gran concerto .

Ma nessuno di loro, nessuno, nemmeno Atos Pezzini dopo uno scatto di orgoglio, riesce a dire a Marguerite che è stonatissima, ed ognuno con un motivo ben preciso che si scoprirà pian piano andando verso il finale del film, quando il gran concerto avrà luogo.

Quel concerto è l’apice del film. Xavier Giannoli ha sceneggiato e diretto questa scena con una maestria che mozza il fiato! In quel momento, chi rideva di lei non rideva più, chi l’ha ignorata per anni l’ha amata come mai prima, e chi aspettava l’abisso ha invece sentito un angelo volare… …e l’ha visto precipitare giù l’istante dopo.

Lo so e lo dico spesso che i film francesi hanno ritmi più lenti dei nostri, ma guardate il film in maniera ricettiva questo film, con un po’ di concentrazione e passione, adorerete quella scena del concerto come l’ho adorata io. Vi spoilero solo che il finale – circa venti minuti dopo il concerto – è molto triste.

I premi vinti in Francia sono ampiamente meritati, ottimo il cast e la regia, ed è stato per me bellissimo constatare (ancora una volta) la maestria e la versatilità interpretativa di Catherine Frot, ormai una delle mie attrici preferite! Già dal trailer, si nota la differenza con “Florence” e mi stupisce la profondità di questo film in contrapposizione con la leggerezza eccessivamente commerciale che traspare anche solo dalla locandina del film diretto da Stephen Frears e che spero di vedere – e recensire – a breve.

Ai dieci anni dal mio arrivo

IMG_0088 - CopiaVenerdì 31 agosto 2007
Avevo passato un mese denso di avvenimenti ed emozioni contrastanti.
Avevo solo 24 anni. E in quel lontano mese di agosto, dopo tante conferme che la vita continuava e poteva ancora riservarmi delle sorprese, una telefonata mi avvisava che ero stato licenziato dall’ufficio dove avevo trovato lavoro il giugno precedente.

Ogni cosa nella vita si paga, e quel licenziamento per me era il conto.

La misura era per me colma: quella terra “grande e amara” (come la definiva Leonida Repaci) che avevo amato ma che non mi aveva mai accettato, che non sono mai riuscito a definire “casa” perché mi aveva sempre rigettato, che sbriciolava ogni mio progetto e vanificava ogni mio sforzo e uccideva ogni mia idea, mi aveva tradito ancora. Ma stavolta, sarebbe stata l’ultima. Ormai, quell’amore non ricambiato, era diventato… un odio viscerale. Era ora di alzare i tacchi!
Nelle settimane successive mandai CV a tutte le agenzie interinali da Roma a nord. Poco dopo la metà del mese di settembre venni chiamato a Reggio Emilia per un posto da disegnatore CAD.

IMG_0097 - CopiaDomenica 30 settembre 2007
Partii la mattina per andare in stazione e per scaramanzia – o per terrore – non mi girai mai per guardare un’ultima volta la mia casa. Lo seppi pochi anni dopo: mia mamma era sul balcone e sapeva già che non sarei tornato.
In stazione, dicendomi “o la va o la spacca” e con i miei ultimi 400 euro in tasca, feci il biglietto diretto più economico per Reggio Emilia – un posto a sedere su un treno espresso diretto a Milano – e cominciai a guardare fuori dal finestrino quel paesaggio che ormai odiavo con tutto me stesso, promettendomi che quel luogo non avrebbe più avuto nulla da me, neanche un respiro, non mi avrebbe più fatto male o rigettato, avrei fatto la mia vita altrove, e se avessi fallito, avrei scritto un paio di lettere e dopo averle imbucate, mi sarei tuffato davanti al primo treno merci in transito alla stazione, con la testa in avanti.
Arrivato in stazione 12 ore dopo, non telefonai a mia mamma.

Una nuova città mi attendeva e il giorno seguente avevo già un colloquio. Già facevo mente locale su che giri fare per trovare lavoro se il colloquio fosse andato male (e andò male… preferirono un altro ragazzo con il diploma di geometra), sarei andato in giro per negozi, agenzie interinali, centri commerciali, e via discorrendo. E così fu. Due giorni dedicati a Reggio Emilia, uno dedicato a Parma, uno a Bologna… …l’ultimo prima che lo sconforto e la stanchezza minassero la maschera forte e sicura di sé che mi tenevo disperatamente sulla faccia. La paura di non farcela stava avendo la meglio dopo aver sentito parlare molti impiegati di agenzie interinali disillusi, e dopo aver letto titoli di giornali che parlavano di crisi del lavoro e della situazione non certo rosea per il Paese intero.

IMG_0349 (2)Giovedì 4 ottobre 2007
Bologna. Festa di San Petronio. E chi lo sapeva che in quel giorno di festa, molte agenzie interinali felsinee fossero chiuse… ma che ne sapevo io che quel giorno fosse festa a Bologna?!!
Era pomeriggio inoltrato e si stava facendo buio.
Lasciai alle mie spalle la fontana del Nettuno, e mi misi a cercare una cartoleria per scrivere quelle “lettere” quando appena vidi una cartoleria, mi squillò il telefonino. Fossi un fervente credente, crederei ad un’intercessione di San Petronio o di San Francesco d’Assisi. Era il direttore di un supermercato di Reggio Emilia che cercava un commesso part time per lo scarico merci la mattina presto. Un lavoro. Finalmente!

Poco dopo sostenni altri colloqui ed accettai un lavoro full time come commesso in un altro supermercato reggiano.
E fu così che il mio destino si mise in moto.

porta San Pietro ieri e oggi

Da allora, in questi dieci anni ho fatto molte cose nuove. Molte cose sono cambiate (poche in bene e tante in peggio), ed ovviamente sono cambiato anch’io:

  • ho smesso di fumare;
  • di conseguenza sono ingrassato di 47 Kg;
  • ho avuto altre relazioni nonostante siano state brevi;
  • ho conosciuto nuove persone e alcune di esse sono straordinarie;
  • visitato posti nuovi;
  • chiuso conti col passato;
  • lottato per la mia libertà ed indipendenza;
  • fatto nuove esperienze.

Sono molte le cose che avrei voluto fare di più, ma va bene anche così.

SAM_2708Non dimenticherò mai l’apertura del mio blog, la contentezza di avere un lavoro a tempo indeterminato con tutti i contributi in regola, la soddisfazione di poter cambiare la residenza e i documenti che ancora mi ricordavano, come uno scomodo strascico, quella terra che odiavo e che mi ha odiato tanto. I concerti, i musei, le scampagnate, le avventure passionali, gli incontri domenicali a Liberamente, il volontariato in Arcigay Gioconda, i miei viaggi all’estero.

Eppure, a volte faccio una fatica pazzesca per non voltarmi indietro e osservare da lontano quello che ho lasciato, un mondo che non ha voluto essere mio e per cui non provo ormai più nulla. No, quello che pesa è l’ennesimo progetto di un futuro mai realizzato, e parlo di quanto prospettavo ad un paio di anni dal mio arrivo a Reggio Emilia… non ho un compagno, non ho una macchina, non ho ancora comprato casa. Ma certe conquiste continuo a difenderle con le unghie e con i denti, come la mia  indipendenza, il mio lavoro, i miei amici.

 

IMG_3959 (2)

Ebbene si, nonostante le crepe, come neo-reggiano, sono proprio Calabrese.

Calabrese, nella sua miglior accezione metaforica, vuol dire Rupe, cioè carattere. È la torre che non crolla giammai la cima pel soffiar dei venti. – Leonida Repaci