San Faustino 2020

singlitudineEcco arrivare la ricorrenza più attesa – compleanno escluso – tra Capodanno e le mie vacanze estive!

Certo, quest’anno parto in posizione svantaggiata visto che ha inizio mese mi hanno inciso una ciste e sono ancora in convalescenza a casa, ma cazzo, non ho intenzione di ridurmi alla versione gay di Bridget Jones che canta “all by myself” seduto sul letto, circondato da bottiglie di vino!

Finalmente ecco il giorno in cui noi single – nella ragione – ci pigliamo la ribalta, mentre le coppiette che ieri si sono abbuffate di amore e cioccolato oggi ripigliano fiato, noi ribadiamo la nostra esistenza alla faccia di:

  • delle coppiette smelensi ed esibizioniste che non esitano un secondo a baciarsi lavandosi le tonsille a vicenda davanti a tutti!
  • degli/delle ex che ci hanno mollato non hanno ancora capito cosa hanno perso, e che perbacco, non avranno mai più, ma manco se tornano in ginocchio sui ceci a romperci i coglioni!
  • degli/delle ex che abbiamo mollato perché alla fine non ne potevamo più delle loro fisse/gelosie/manie/comportamenti malati, e che abbiamo giustamente mandato dove meritavano, e cioè a fare… …un viaggio ovunque lontano lontano da noi!
  • degli strateghi del marketing che ignorano la nostra esistenza, perché diciamolo, oggi c’è un’impennata nella vendita generale di birre ed altri allegri alcolici, grazie a noi!

Questa ricorrenza ha un effetto che definisco “BIRRAscoso” ha dunque vari effetti a seconda dell’età e dello stato d’animo di chi la celebra. (Come una sbronza da birra!)
Partendo quindi dal 2006 – anno in cui ho cominciato a celebrare questa sacra ricorrenza, ecco i vari stati d’animo:

  • dal 2006 al 2009 – birrascosamente allegra e frizzante, ballando e cantando tutta la sera;
  • 2010 e 2011 – birrascosamente allegro e frizzante, ballando e cantando in casa tutta la sera;
  • 2012 – birrascosamente moderato e pieno di sedativi, a casa dopo essermi esibito in  “Culiday on ice“! (Sostanzialmente sono scivolato fantozzianamente su una lastra di ghiaccio e ho passato tutto il pomeriggio in pronto soccorso con un dolore indicibile.)
  • 2013 e 2014 – birrascosamente al bar vicino casa con una piccola compagnia;
  • 2015 e 2016 – birrascosamente a casa a far le pulizie cantando;
  • 2017 – birrascosamente prendendo atto che ormai con l’amore ho chiuso, e rassegnandomi al fatto che non sono più capace di innamorarmi.
  • 2018 – birrascosamente al pub che frequentavo nel quartiere dove abitavo;
  • 2019 – birrascosamente sottotono, distrutto dal lavoro (avevo il turno di chiusura), sul balcone della mia nuova casa, col bicchiere in mano. (Ne ho tratto un piccolo racconto che non ha interessato nessuno.)

sala d'attesaQuest’anno, il mio birrascoso San Faustino è cominciato nel poliambulatorio dell’ospedale, dove – dopo un’attesa di venti minuti in una sala d’attesa vuota – sono stato medicato dalle due infermiere che ascoltavano tutto il repertorio di Tiziano Ferro.
Anche stavolta, niente infermiere bonazzo!

Tornando a casa con l’autobus, mi sono fermato al forno a prendere un po’ di pane e poi della carne trita, arrivato a casa ho fatto un risotto con carne trita – sfumata nel vino bianco – patate – le ultime due rimaste senza germogli, troppo poche per farne un piatto fritte – e carote. Il risotto è venuto bene, nonostante abbia improvvisato, ma esagerando col vino, mi sono poi abbioccato pesantemente fino alle 19.
E dopo mi sono messo al pc a scrivere queste poche righe, ascoltando vecchia musica su Youtube, ripensando alle cose belle degli anni passati e inevitabilmente ad alcuni miei ex, alcuni con rancore (troppi) e qualcuno con molta nostalgia (l’unico che mi ha amato e che non c’è più da ormai 15 anni).


Per stasera la birra è finita e domani si riprende con la solita vita, o quasi. Sono ancora convalescente e i miei movimenti sono limitati, ma ho già in mente cosa fare per recuperare la giornata di oggi: userò la restante carne trita per fare un bel ragù con cipolla rossa e carote, e se per primo non so ancora se fare tagliatelle o mafalde, per secondo, quasi sicuramente farò polpette in umido. A fine pranzo, un po’ di dolce comprato stamani al forno: crostata con crema pasticcera.
Chef svedese, non ti temo!

 

E anche il 2019 è alle spalle!

Un altro anno sulle montagne russe è andato.

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L’anno scorso ho scritto solo 9 post, di cui solo due recensioni. Tutte le altre idee sono rimaste sospese, o messe nel cassetto del poi, o accantonate, come i vari sogni infranti.
Ho realizzato poco, ma meglio che niente.

A gennaio ho subito un outing al lavoro. È stata un’esperienza orribile, e da allora, non rivolgo la parola al collega che non si è voluto fare gli affaracci suoi, a meno che non sia strettamente necessaria e comunque, solo in ambito lavorativo. Niente saluti, niente auguri, solo occhiatacce in cagnesco.

Ormai zitello inacidito, per il 14 febbraio ho pubblicato tre post, uno con ricordi sull’unico vero amore, uno con i ricordi dei stramaledetti porci… ehm, delle storie successive, ed infine un racconto ispirato dal mio stato d’animo il giorno di San Faustino.
Dalle statistiche delle visite, direi che i miei racconti sono davvero davvero penosi. Infatti penso che non ne scriverò più.

Alla fine di marzo, una zia a me molto cara, ha lasciato questa valle di lacrime. Il colpo è stato molto duro, soprattutto quando ho dovuto dare la notizia a mia mamma. Andare al funerale e trovare lì mia mamma e le altre sue sorelle… è stato un giorno surreale che non mi dimenticherò mai. Ho visto – in quella camera ardente – l’amore della famiglia e allo stesso tempo, ho notato la freddezza di alcuni gesti. Una contrapposizione che non riuscirò mai a spiegarmi. Credo che quell’evento sia stato la soglia di confine con l’età adulta vera e propria. Alla mia età, sia lei che i suoi figli, avevano già messo su famiglia, ed io invece niente. Ricordo ancora alcune delle telefonate con mia zia: alcuni momenti in cui è stata una seconda madre, le risate, le preoccupazioni, le chiacchierate lievi  e quelle non lievi.

Poco meno di un mese e mezzo, un altro lutto in famiglia, stavolta la sorella di mio padre, quella che metteva pace fra me e mio padre quando litigavamo, con cui chiacchieravo per ore e che ogni tanto raccontava aneddoti di famiglia, unica a farlo da quando la nonna non c’è più. Una volta andai a trovarla a sorpresa con un’amica di penna che era venuta a fare le vacanze da me: ci invitò a pranzo e cucinò così tanto e con piacere, tanto di quel cibo che la mia amica quasi non credeva ai suoi occhi, e aveva paura a rifiutare un’altra portata – zia era di corporatura alta – ma il bello venne alla fine del pranzo, quando mia zia chiese alla mia amica se avesse ancora fame (dopo due antipasti, due porzioni di primo, un secondo molto abbondante, due contorni, il dolce fatto da lei e un dolce semifreddo comprato al supermercato, 4 liquori diversi e infine il caffè!)!! Era abituata a cucinare molto e amava cucinare, ma non le piaceva avere persone in cucina perché la sua cucina era piccola o perché la presenza di altre persone le faceva perdere la concentrazione, ma a chiederle una ricetta, le condivideva volentieri senza omettere particolari (come facevano le altre donne della famiglia)!

02.02.2020. La notte che uscimmo dall'euro

02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro

Sempre in quel periodo ho ricominciato a sistemare nel mio studio i libri che dal trasloco giacciono in cantina (e ad ora, in cantina ce ne sono ancora) e catalogandoli sono arrivato a dicembre a quota 325. Alcuni doppioni li ho venduti su ebay e altri li ho regalati. Alcuni me li ero quasi dimenticati e li ho riletti con piacere, altri li ho riletti lo stesso pur sapendoli a memoria (come “Miss Alabama e la casa dei sogni” o “Odette Toulemonde”) e mi hanno aiutato un po’ a svagare la mente dalle preoccupazioni e dalle tristezze.
Dei vari libri che ho letto, ne ho recensito solo uno sul mio blog, un racconto distopico che spero non si realizzi mai.

Per la fine di maggio, due cari amici si sono sposati e mi hanno invitato al loro matrimonio, e devo dire che è stato un bel matrimonio e non mi aspettavo di essere invitato. La sorpresa dell’invito, il correre a trovare delle scarpe adatte, la cerimonia al comune, il bouffet al ristorante e la successiva cena, con tanto di canti e balli. Uno dei ricordi più belli di quest’anno!
Come un altro bellissimo ricordo è stato – a tre anni di distanza – il mio viaggio all’estero, nonché in visita ad un altro caro amico.
È stato molto bello rivedere Andrea, cantare al karaoke (e cos’altro potevo cantare in un karaoke al gay village se non la mitica Gloria Gaynor… “I will survive”), ballare e bere in compagnia, come è stato bello conoscere la sua nuova città: Manchester.
IMG_1649La Whitman Gallery con le sue esposizioni temporanee e non, il Manchester Museum contenente una vasta collezione di reperti compreso un rettilario, l’Università piena di laureandi in quei giorni, il Gay Village più bello mai visto finora, il Museo della scienza e dell’industria così immenso da meravigliarmi io stesso quanto ho camminato solo li dentro pur non avendolo visto davvero tutto, la Central Library meravigliosa vista da fuori ricorda il Pantheon, la John Ryland’s Library che pare una chiesa gotica, un vero tempio del sapere, e tanto altro ancora.
E prendendo coraggio, ho cominciato a prepararmi un coming out in famiglia, un coming out che si sarebbe dovuto tenere in settembre al termine di una settimana dai miei.
Ma l’ennesima lite con mia sorella ha messo la parola fine alla questione: non solo lei è una razzista omofoba convinta, che crede a tutte le fake news in circolazione, ma ad aggiungere coltellate alle coltellate, mia mamma, che pensavo fosse più aperta di mentalità, in una discussione concernente la politica va a toccare tutti “i danni fatti dal PD”, e fra questi inserisce la Legge sulle Unioni Civili. La frase che più mi ha fatto male è stata:

…se uno ha quella cosa lì, non la deve urlare ai quattro venti! Io non lo voglio sapere!

Inutile dire che “quella cosa lì” è l’omosessualità, vista se non come una malattia, certamente come una disgrazia.
Insomma, temevo di perdere la mia famiglia dopo il mio coming out e invece, anche senza fare coming out, l’ho persa lo stesso, da tempo, e me ne sono accorto solo in quel momento.
Un altro pezzo di me si è rotto. Ed io non mi sono formato una mia famiglia, ed è ormai tardi. Ma spero di cuore, che chiunque dovrà affrontare un coming out in famiglia, abbia molta più fortuna di me!

Ogni cosa si paga, ed io ho pagato cara la mia indipendenza.
Resto qui, sempre più spesso in casa a vedere vecchie commedie che a volte recensisco – e forse con un occhio diverso al passato – a commentare anniversari di importanti eventi passati.

In autunno, ho cominciato a fare un po’ di palestra in casa, e qualche scoperta musicale, ho presentato qualche libro riprendendo l’attività di volontariato, ma per finire l’anno in bellezza  (nonostante l’ormai tradizionale web-lite con gli animalari), ho prenotato un posto a tavola in un ristorante vicino al lavoro: nessun menù fisso, si ordinava quello che si voleva (e si pagava quello che si è consumato), poi il karaoke e a mezzanotte, un piccolo spettacolo pirotecnico nel parcheggio messo in sicurezza!
Si, ho cantato anch’io al karaoke. E ho cantato l’unico brano di capodanno che a nessuno era venuto in mente prima… …e si… …e proprio la…

 

Hammamet

Hammamet_locandinaIl mio 2020 cinematografico si apre con il film in cui Gianni Amelio dà forma visiva alla parabola umana (tutta in discesa) di uno dei più controversi uomini politici degli ultimi anni della Prima Repubblica. Reggetevi forte.
Innanzitutto cominciamo a ribadire che un personaggio come Bettino Craxi, è ancora un personaggio molto controverso in un Paese che non sa fare i suoi conti col proprio passato, e questo film non è una ricostruzione storica, ma piuttosto un romanzo scenico, in cui il regista ha assolto il personaggio dalle sue colpe, a volte come sbagli commessi per smania di potere e a volte come capro espiatorio.

Tutto parte da un congresso – neanche l’ultimo – del Partito Socialista Italiano, in cui il protagonista, Bettino Craxi appena riconfermato segretario, viene raggiunto da un uomo con il timore di essere perseguitato. Bettino rassicura l’uomo minimizzando i suoi timori in maniera quasi seccata. Di li a pochi anni, la storia farà il suo corso, e nella scena successiva, l’uomo politico – ormai, non più uomo di potere – si ritrova stanco ed invecchiato in una casa molto lontana in un Paese straniero. Il film mostra come si può sentire un uomo che ha avuto il potere e che ha perso forse nel peggiore dei modi. La famiglia, “gli amici”, l’amante (“la partecipazione straordinaria” di Claudia Gerini!), e un visitatore accolto nonostante la sua entrata in scena poco ortodossa, quali furono – o on furono – le sue azioni, i suoi pensieri, la sua vita, fino alla fine.


Lasciatemelo scrivere in grassetto: Pierfrancesco Favino, da solo, vale il prezzo del biglietto: aldilà del trucco e delle opinioni personali dello spettatore sulla figura di Craxi, interpreta la sua parte in maniera così eccelsa da sembrare davvero il controverso segretario socialista! Voce, movenze, modo di parlare, fa quasi dimenticare che il protagonista è in realtà morto venti anni fa (il 19 gennaio)!
Personalmente, una simile impressione non ce l’avevo dai tempi di “The Iron Lady“!



La location è proprio la villa in cui Craxi ha passato gli ultimi anni della sua vita, ma alcune inesattezze storiche lasciano dubbi se oltre alla licenza narrativa ci siano anche delle scelte di natura legale: dall’epilogo del personaggio comparso all’inizio del film, e interpretato da Giuseppe Cederna (più facile ricordarlo come l’attendente Farina di “Mediterraneo”), alla famiglia in cui moglie e figlio non vengono mai chiamati per nome, la figlia Stefania diventa “Anita”, e il nipote diventa “Francesco”, per non parlare dell’amante interpretata da Claudia Gerini, e di alcune telecamere che nel periodo narrativo del film, non potevano certo essere in commercio.

Il ritmo del film è stato abbastanza lento nel primo tempo per poi avere un paio di scatti per proseguire su una trama cronologica abbastanza breve. Il taglio del film vuole essere molto introverso, ma alla fine del film – non posso nasconderlo – mi sono chiesto “ma cosa cazzo ho visto?”
La risposta: un’occasione persa. Un’occasione persa per parlare della storia di un uomo politico, per parlare di una storia con protagonista un uomo politico, insomma, un romanzo basato su un personaggio realmente vissuto. Questo è quanto.
La colonna sonora è molto curata ma diversa dal canonico stile con cui Piovani ci ha abituato.

Da vedere, soprattutto per le straordinarie capacità interpretative di Pierfrancesco Favino, ma senza aspettative.

 

30 anni dopo il muro

Il muro dividerà Berlino per i prossimi 100 anni –
frase attribuita nell’estate 1989 ad Erich Honecker, segretario del Partito di Unità Socialista di Germania

Già pochi anni dopo la nascita della Repubblica Democratica Tedesca, vi fu un flusso emigratorio molto intenso verso la Repubblica Federale Tedesca, tanto che nel 1961, la SED – il partito comunista della Germania orientale – decise di chiudere le frontiere letteralmente, in particolare a Berlino, divisa tra Est e Ovest, e nella notte del 13 agosto, cominciò ad erigere un muro definito di “arginazione e protezione dal fascismo” noto in tutto il mondo come “il muro di Berlino”, simbolo della guerra fredda e più ancora simbolo della divisione dell’Europa in due sfere d’influenza.

L’espatrio verso i Paesi del blocco occidentale era considerato un reato: il codice penale lo definiva “fuga dalla Repubblica” ed inserito fra i “delitti contro lo Stato”. Tuttavia era possibile inoltrare una “domanda” per trasferirsi nei Paesi occidentali presso il Ministero degli Esteri, ma puntualmente questa veniva respinta, e reiterare quella domanda poteva costare, non solo l’interessamento della Stasi, ma anche un “soggiorno forzato” nelle terribili celle d’isolamento di quella che veniva chiamata “Gelbes Elend” – la “Miseria Gialla” – o alla “Stasi-Knast”, i peniteziari di massima sicurezza di Bautzen, dove venivano richiusi i dissidenti politici insieme ai peggiori criminali, ed il cui nome – “Bautzen II” – era tristemente famoso e maggiormente temuto in tutto il Paese. Altra storia era varcare le frontiere verso gli altri Paesi del Patto di Varsavia, dato che anche quei Paesi non permettevano di varcare le frontiere verso i Paesi occidentali.
E questa situazione rimase immutata fino alla fine degli anni ’80, quando in Ungheria, nel giugno 1989 il comunismo cadde ed il nuovo governo aprì le proprie frontiere con l’Austria, e migliaia di cittadini tedesco-orientali ne approfittarono per raggiungere la Germania occidentale. Un paio di mesi dopo, migliaia di tedeschi-orientali, manifestavano davanti le sedi diplomatiche della Germania occidentale nei Paesi dell’Europa orientale!

Con queste premesse, Gorbacëv visitò Berlino Est in occasione del 40° anniversario della fondazione della Repubblica Democratica Tedesca, esortando – ancora una volta – la leadership del Paese ad adottare le riforme che egli stesso stava portando avanti in Unione Sovietica. Honecker era contrario alle riforme, e da “comunista ortodosso” convinto, arrivò perfino a vietare le pubblicazioni sovietiche che a quel punto considerava sovversive.
La stessa sera del 7 ottobre 1989, il popolo si radunò a protestare davanti al Palast der Republik, il luogo centrale delle istituzioni del Paese.

Il 18 ottobre, a seguito di varie rivolte cittadine, il Partito depose Honecker e lo sostituì con Egon Krenz, che presentato sotto una veste di giovane riformatore, era malvisto dalla popolazione che non solo lo riconosceva come “delfino” di Honecker, ma pochi mesi prima, aveva elogiato le autorità cinesi per la repressione dei moti popolari di piazza Tien An Men.

Nel tentativo di salvare il regime, Krenz ed il Politbüro della SED, elaborarono ed annunciarono alcune riforme, fra cui quella delle regole per varcare il confine con l’altra Germania (in poche parole, si stavano “allentando le restrizioni di viaggio”), ed in una conferenza stampa, il corrispondente ANSA da Berlino Est, Riccardo Ehrman (di origini italo-polacche, adesso 90enne) chiese al portavoce del Politbüro, Gunther Schabowski, quando queste regole sarebbero entrate in vigore. Ed ecco la storia compiersi.

Gunther Schabowski, con le mani sudate, cercò fra le veline in suo possesso la risposta a questa domanda, e non trovandola, rispose:

“Se sono stato informato correttamente, quest’ordine diventa efficace immediatamente.”

In realtà, le disposizioni dovevano entrare in vigore da li a pochi giorni – Schabowsky fu espulso immediatamente dal partito – ma ormai era troppo tardi: la notizia aveva raggiunto decine di migliaia di berlinesi-orientali che si precipitarono immediatamente ai varchi con Berlino Ovest!

Le guardie di frontiera sorprese da questa immensa folla festante che chiedeva di passare, tempestarono di telefonate il comando in attesa di istruzioni, intasando le linee telefoniche, impreparate e non potendo fare altro, lasciarono passare la gente senza nemmeno controllare i documenti, aprendo totalmente i posti di blocco!

Le reazioni dei berlinesi-orientali furono euforiche: gente che saliva sul muro, gente che prendeva il muro a colpi di piccone, gente che piangeva di gioia, e – fonti Rai affermarono – gente che riconobbe il giornalista italiano Riccardo Ehrman e che lo ringraziarono, e lo portavano in trionfo. Una notte di gioiosa follia in cui la giornalista Lilli Gruber realizzò un servizio per il tg2 seduta sopra il muro in mezzo ai berlinesi festanti.
Berlinesi dell’est e dell’ovest si abbracciarono dopo numerosi anni di separazione e i bar ed i pub vicini al muro cominciarono perfino ad offrire birra gratis a tutti, ed insieme ai berlinesi festanti in strada, centinaia di giornalisti di ogni Paese, commentarono la notizia consegnando al mondo e alla storia le immagini che sono rimaste impresse nella memoria collettiva, segnando il punto di non ritorno nel crollo dei regimi autoritari dell’Europa orientale, e la fine del cosiddetto “secolo breve”.

Il Bundestag – il parlamento della Germania occidentale, a Bonn – accolse la notizia riconoscendo un commosso omaggio a Willy Brandt – ex Borgomastro di Berlino Ovest nell’anno in cui venne eretto il muro, e successivamente Cancelliere, famoso per la sua “Ostpolitik” con cui ridusse gli attriti fra le due Germanie derivanti dalla guerra fredda – con un applauso e cantando l’inno nazionale. Il Cancelliere all’epoca in carica, Helmut Kohl, si trovava a Varsavia, in missione diplomatica con il nuovo governo per una sorta di riconciliazione, interruppe la visita per poi riprendere la missione diplomatica pochi giorni dopo e congedando la Ostpolitik cominciò a parlare di riunificazione.

Nelle due superpotenze, le reazioni furono svariate: i media statunitensi commentarono molto enfaticamente l’improvvisa caduta del muro, mentre i politici guardavano all’evento con sospetto, convinti che la caduta del muro non fosse poi così casuale ma anzi “un tentativo di tenere in piedi il regime” – come affermò Bob Dole – mentre il Presidente Bush – più freddo nelle sue relazioni diplomatiche con Gorbacev rispetto al suo predecessore Reagan – profondo conoscitore della diplomazia internazionale, restò a guardare assicurando tuttavia a Kohl che il suo Paese avrebbe appoggiato la causa della riunificazione tedesca anche davanti al leader sovietico.
In Unione Sovietica, la TASS – portavoce ufficiale del regime – comunicò la notizia in maniera asettica, senza particolari commenti, mentre al Cremlino, la linea politica da seguire non era chiara, Gorbacev affermava che la “dottrina Breznev era morta e sepolta” e pochi mesi dopo, avrebbe appoggiato la causa della riunificazione tedesca solo per motivi diplomatici. Gorbacev avrebbe certo preferito che il regime tedesco-orientale seguisse la perestroika in modo da poter dimostrare che il socialismo potesse ancora affermarsi in Europa e rafforzare anche questa sua stessa politica – la perestroika, appunto – in patria, ma caduto il muro, il tema della riunificazione non poteva essere più fermato.

Qualche giorno dopo, il Maestro Rostropovic improvvisa un concerto suonando il suo violoncello davanti al muro per celebrare l’evento.

Da lì a poco meno di un anno, la DDR cesserà di esistere, ma questa è un’altra storia.


Alla fine degli anni ’90, nei cinque lander orientali si comincia a delineare un fenomeno chiamato “Ostalgie”, un gioco di parole fra “ost” – “est” in tedesco – e “nostalgie” culminato pochi anni dopo con film come “Good Bye, Lenin!“, e addirittura fiere in cui si vende memorabilia e gadget del passato regime. Nel ventennale della caduta del muro di Berlino, un sondaggio commissionato dal governo federale tedesco rivelò l’insoddisfazione dei tedesco-orientali a partire dalle condizioni della riunificazione e le delusioni delle aspettative in una misura ben superiore a quella considerata per certi versi “fisiologica”.

Tutto sommato, nessuno dei tedesco-orientali rimpiange il regime oppressivo della SED e della Stasi.

Coming out day

Coming Out Day 2019Il Coming Out Day è una ricorrenza lanciata nel 1988 da un gruppo di attivisti statunitensi per ricordare l’anniversario della seconda marcia nazionale su Washington per i diritti delle lesbiche e dei gay, tenutasi appunto l’11 ottobre 1987.

Oltre ad essere celebrato negli Stati Uniti (dal 1988 in alcuni e poi dal 1991 in tutti i 50 Stati), viene celebrato anche in Italia da pochi anni – da tre anni, se ricordo bene – e in Europa, oltre a Paesi più avanti del nostro nell’ambito dei diritti civili delle persone lgbt+ – come Regno Unito, Germania, Paesi Bassi, giusto per citarne alcuni – questa ricorrenza è arrivata perfino in Paesi come la Polonia o la Croazia, dove la vita della comunità lgbt+ è anche più difficile che da noi.

Negli Stati Uniti, Human Rights Campaign – la più grande associazione lgbt+ statunitense – si impegna ad offrire per questa ricorrenza – oltre a tutto quello che fa nel corso dell’anno – aiuto sotto forma di sostegno e di risorse a tutte quelle persone della nostra comunità che sono alle prese con questo passo – il coming out appunto – che porta poi la persona a vivere la propria vita in maniera più limpida, aperta, e onesta, soprattutto con i propri cari.


Io ho fatto coming out.
Tre volte.

coppia_gay_sims3_thumb.jpgIl mio primo coming out fu con la mia migliore amica all’epoca: nel 2010: andai a trovarla a Messina e prendemmo una granita allo storico chiosco di piazza Cairoli. Avevamo passato mezza mattinata ricordando i vecchi tempi, a parlare di quello che non ci siamo detti nelle nostre periodiche telefonate, di che fine avessero fatto tutti gli altri con cui pian piano abbiamo perso ogni contatto. Mi disse che si stava fidanzando ed io le feci le mie congratulazioni e dopo un attimo di silenzio, aggiunsi che “spero un giorno di poterti anch’io presentare un fidanzato. Rimase immobile, e mi sorrise.

La seconda volta fu più facile, nel 2016: la barista del caffè che frequentavo, parlando del più e del meno con un altro avventore si accorse che bevevo un sorso in più quando quest’ultimo parlava di amore (si stava lasciando con la morosa dopo aver fatto una sciocchezza), il giorno dopo, quando mi servi la solita birra, complice la vicinanza con San Valentino, mi chiese se fossi mai stato innamorato, e alla mia risposta affermativa mi chiese “di una donna o di un uomo?” Rimasi basito per un paio di secondi quando imbarazzato e rosso in faccia risposi che si, si trattava di un ragazzo. La sua reazione fu un ampio sorriso.

logo1E la terza volta venne dopo il Pride di Reggio Emilia nel 2017: dopo dieci anni al lavoro feci coming out. Il mio capo sapeva che mi serviva il sabato per dare una mano a degli amici, ed il lunedì successivo mi chiese come fosse andata, e gli mostrai una foto che mi ritraeva alla bancarella del merchandising ufficiale del REmilia Pride, intento a vendere oggettistica. Rimase a bocca aperta e la notizia si sparse fra i colleghi a macchia d’olio.

Gli esiti dei miei coming out?

Il primo fu un disastro! Quando ci salutammo capii che qualcosa non tornava, e di li a poco si rese irreperibile, terminando un’amicizia lunga quasi dieci anni. Ci rimasi molto male, e questo pregiudicò il corso degli eventi.

Il secondo era quasi indotto, non avevo l’esigenza di dire alla mia barista preferita che mi piacevano gli uomini ma lei da sola si accorse che nelle mie chiacchiere con la compagnia, l’argomento “donne” era quasi completamente assente, o che comunque non partiva mai da me. Qualche mese dopo, mi disse che era bello vedermi un po’ più rilassato da quando avevo fatto coming out. E mi sbloccai un po’.

La terza volta, al lavoro sapevano che ero nel volontariato ma non sapevano dove, e pian piano lasciai indizi, mi preparai il campo, e poi andò bene, con una foto ed un sorriso a trentadue denti! Il mio capo non mi fece mai domande stupide o invadenti, e a sorpresa, nonostante sia molto cattolico e praticante, non si dimostrò omofobo, anzi, mi difese in un paio di conversazioni con un paio di colleghi omofobi (uno dei due, ora ex collega). Qualche tempo dopo, un mio collega mi disse che era più piacevole lavorare con “il vero me” che con il precedente antipatico che ero prima. E ciò mi rese felice.

IMG_1234La quarta volta… …fu troncata proprio all’inizio della frase, da mia sorella con l’esternazione della sua opinione sullo stilista Gianni Versace, di cui ricorreva il 20° anniversario della morte proprio quel giorno. Un’opinione così greve, che a riproporla a degli scaricatori di porto atei, questi si mettono a farsi il segno della croce per due ore!

Quest’anno, mi ero ripromesso che stavolta non mi sarei fermato a mezza frase, che sarei andato fino in fondo. Tanto deciso da prepararmi anche su facebook con un ashtag #Imcoming… Avevo anche letto – a spezzoni per farmi coraggio – un interessante libro a riguardo, scritto da Giovanni e Paola Dall’Orto, intitolato “Mamma, papà: devo dirvi una cosa!” Sinceramente un ottimo libro per un adolescente, ma non certo per me che mi avvicino ormai ai 40 anni e che ormai “ho perso il treno”!

Infatti, questa volta, lo scorso settembre, a casa dei miei, in un’altra discussione più ampia, mia mamma – principale destinataria del mio coming out – si è rivelata essere meno aperta di mentalità rispetto a quanto ho sempre pensato, e si è espressa in maniera molto negativa sul tema dell’omosessualità…

All’inizio del bellissimo video che vi ho proposto, alla prima schermata la scritta recita “Molte persone omosessuali non si dichiarano ai genitori pensando che preferirebbero non saperlo” … … … ecco qui: parlando di scelte politiche siamo finiti a parlare della Cirinnà che avrebbe fatto “quel pasticcio” per interesse, al chè ho risposto che la Cirinnà non è lesbica, e mia mamma ha detto testualmente che “va bene, ma quando delle persone hanno quella cosa lì, devono tenersela e a casa loro e basta, invece di rompere le scatole per strada alle persone normali! Se uno ha questa cosa di essere gay, io non lo voglio sapere!“… …ed in quel momento, quelle parole pesanti come macigni piombati sulla pancia, mi hanno spento.
Se sa o se sospetta, non lo saprò mai, e lei non vuole sapere se ha ragione in un verso o in un altro.

No. #ImNOTcoming…
Avrei voluto davvero finire questo post scrivendo l’esatto opposto. Scrivendo di come mia mamma si fosse alzata dalla sedia per venirmi incontro ed abbracciarmi, e di come quell’abbraccio mi avesse sollevato di tutte le lacrime e le pene passate negli anni passati.
Invece no.
Invece di togliermi un fardello di dosso, sono poi tornato a casa mia, nella mia Reggio Emilia, con la consapevolezza di lasciare in Calabria non più una famiglia, ma un gruppo di estranei consanguinei.

In questa ricorrenza che dovrebbe essere di festa, e che per me – purtroppo, e come per molti altri come me – non lo sarà, auguro a tutti i ragazzi e ragazze la fuori, di avere più fortuna di me, soprattutto con le proprie famiglie.

Con tutto il cuore.

IMG_0097 - Copia

Stregata dalla Luna

stregata_dalla_luna_locandinaQuesta volta scrivo del primo film che abbia mai visto in lingua originale. Un (ormai) classico del (lontano) 1987, vincitore di tre premi Oscar: Cher come Migliore attrice protagonista, Olympia Dukakis come Migliore attrice non protagonista, e John Patrick Shanley per la Migliore sceneggiatura.

Loretta Castorini/Cher è una vedova 37enne, figlia unica di una coppia di italoamericani di seconda generazione, che vive la sua vita quotidiana da ragioniera con una certa rassegnazione, fino a quando un uomo che lei frequenta, Johnny Cammareri/Danny Aiello, le chiede di sposarlo e lei accetta (non senza fare un po’ di storie). Prima del matrimonio però, lui deve partire per la Sicilia per andare al capezzale della madre moribonda, e chiede a Loretta di contattare suo fratello Ronnie/Nicolas Cage con cui non corre buon sangue da cinque anni. Lui parte, e lei comunica alla famiglia la notizia: la madre Rose/Olimpia Dukakis non appare molto convinta, tormentata nel frattempo dal sentore di una relazione extraconiugale del marito, ed il padre, Cosmo/Vincent Gardenia, non approva il matrimonio e si rifiuta anche di pagare per il matrimonio. L’unico che non si esprime sul matrimonio ma che cercherà poi di far ragionare Cosmo, è il nonno di Loretta.
La vita prosegue e la notizia raggiunge lo zio materno di Loretta, Raymond Capomaggi/Louis Guss e sua moglie Rita/Julie Bovasso, e proprio quest’ultimo, davanti alla tavolata imbandita, enuncia di vecchi ricordi sul fidanzamento di sua sorella Rose con Cosmo, e l’aneddoto che poi è una scena ricorrente durante il film: una luna incantevole, che ispira all’amore.
Loretta si da da fare per il matrimonio e come promesso al suo fidanzato, va a trovare il fratello di quest’ultimo. Ronnie non prende bene la notizia e svela il motivo in maniera molto teatrale: cinque anni prima, suo fratello Johnny era andato a trovarlo in negozio per complimentarsi per il fidanzamento del fratello e per distrazione, poggiando una mano su una’affettatrice, si mozzò le dita, e da allora, vive con una mano artificiale e lavora nel sotterraneo infornando e sfornando il pane.
La discussione fra Loretta e Ronnie prosegue nell’appartamento di quest’ultimo e finite le parole, passano “ai fatti”. Conscia dell’errore commesso andando a letto con Ronnie, Loretta scappa ma Ronnie le fa promettere che tutto rimarrà solo un ricordo se lei andrà quella sera al Metropolitan Theather a vedere “La Bohème” di Puccini.

Loretta, dopo essersi confessata dal prete che la invita a mettere giudizio nella sua vita, riprende a lavorare come se niente fosse, ma sa già che non è così, e dopo una prima tappa di lavoro (ritirare l’incasso degli zii da versare poi in banca), entra dalla parruchiera a darsi una sistemata (la parrucchiera, a vederla esclama “erano anni che sognavo una cliente così”, e ho detto tutto!), e poi a comprare vestiti e scarpe.
Rientra a casa, e sola, beve un bicchiere di vino davanti al caminetto acceso mirando i suoi ultimi acquisti (e le pubbicità di Zalando mute!) e si prepara per la serata.
Mentre lei e Ronnie – meravigliato dalla trasformazione di Loretta – assistono alla rappresentazione, la madre di Loretta va a mangiare da sola, tormentata dal dubbio e dalla gelosia, quando al tavolo accanto al suo, un professore di mezza età viene scaricato dall’ennesima studentessa. Fra Rose ed il professore si instaura un dialogo, lei vuole sapere cosa spinge gli uomini a cercare altre donne, lui tenta una risposta e la corteggia ma viene cortesemente respinto. A teatro, intanto, nell’intervallo, Ronnie incrocia il padre di Loretta (ancora non lo conosce) e Loretta incrocia l’amante di suo padre (lei non la conosce), alla fine della rappresentazione i quattro si incrociano e dopo uno scambio di battute, ognuno riprende la propria strada.
Loretta accompagna Ronnie a casa, e dopo un breve dialogo sull’amore lei accetta finalmente i suoi sentimenti e passa la notte con lui. Nel frattempo Rose, tornata a casa riceve la visita di Johnny, tornato trafelato dalla Sicilia per comunicare una novità importante a Loretta, ma dopo aver dato la risposta che Rose aspettava alla sua domanda (“perché gli uomini tradiscono?”) se ne va, con l’intenzione di ripassare la mattina dopo.

La mattina dopo, Loretta torna a casa innamorata e trasognante, e trova sua madre in cucina a dirle che Johnny è tornato e che sarebbe ripassato in mattinata, e rimproverandola per un vistoso succhiotto sul collo! Intanto anche gli altri componenti della famiglia raggiungono la cucina:

  • papà Cosmo che dopo essere stato affrontato con determinazione da sua moglie con un breve scambio di battute, decide di lasciare l’amante, ribadendo (per la prima volta nel film) quanto lui amasse ancora sua moglie,
  • il nonno che per quasi tutto il film, non faceva altro che andare a spasso coi cani o a funerali, darà una lezione al figlio su come si sta al mondo (no, non lo pesta col giornale, gli fa una ramanzina),
  • Ronnie che non riusciva a stare lontano da Loretta,
  • gli zii Raimond e Rita che erano passati in banca e non sapevano che fine avessero fatto gli incassi che Loretta doveva versare il giorno prima (che invece si era pure dimenticata di passare dalla banca)
  • ed infine arriva Johnny.

Anche se il film è vecchio, ho già spoilerato abbastanza, e le carte in tavola, rispetto all’inizio del film cambiano radicalmente per il meglio e si arriva al finale con un sonoro brindisi, tutti felici e contenti.


Ottimo cast, e gli Oscar l’hanno dimostrato, carine la colonna sonora e la trama, ma lo devo dire: il film è pieno zeppo di stereotipi sugli italiani! (Ogni italiano che parlava gesticolava in maniera esagerata! Loretta che si confessa subito dopo aver fatto sesso con quello che dovrebbe diventare suo cognato, ma avanti! Gli italiani, tutti appassionati di opera?! La cucina di 50 metri quadri?! La scena con la madre moribonda, poi!! Per non parlare della scena in aereoporto: ma quali italiani – o presunti tali – all’estero si vestivano così nel 1987??!!) La regia e la sceneggiatura, in America sono stati ampiamente apprezzati per questo, per aver venduto il classico stereotipo degli italiani. Non è quindi un caso che in America sia risultato il film con maggiore incassi della stagione.  Forse non è un caso che non abbia partecipato al Festival cinematografico di Venezia, tuttavia, in Italia, Cher ha vinto un David di Donatello come Migliore attrice straniera.

Nonostante siano passati più di 30 anni, rimane una delle commedie più gradevoli degli anni ’80, da vedere sul divano con tanto di popcorn e bibite.

02.02.2020 – La notte che uscimmo dall’Euro

02.02.2020. La notte che uscimmo dall'euroSergio Rizzo ha pienamente dimostrato di appartenere alla vecchia scuola di giornalismo e scrittura con questo “romanzo” che descrive in maniera semplice e iper-realistica il peggior scenario che l’attuale Governo possa provocare (e che gli dei ce ne scampino)!

Tutto comincia dall’esito disastroso di un summit tenuto segreto “e a titolo personale” condotto dal Presidente del Consiglio italiano con il Ministro delle finanze tedesco – la cancelliera a questo giro non voleva perdere tempo con l’avvocato – in cui il Presidente si rende conto di essere stato una semplice marionetta in un gioco al massacro più grande di lui. Sergio Rizzo annota la sequenza di eventi che porterà al più grande disastro dell’Italia Repubblicana: l’uscita dell’Italia dalla moneta unica e dall’Unione Europea.
In sottofondo l’ottusità, le mediocrità, le meschinità, l’ignoranza dei politici che compongono l’esecutivo, descritti minuziosamente ma senza mettere nomi – è facilissimo individuare chi è chi – e alcuni personaggi di contorno: una funzionaria di banca che osserva non senza timore le speculazioni che agitano i mercati, con un marito portavoce del vicepremier che non esita a “intascare qualche piccolo extra facendo favori agli amici venuti da lontano”, un grafico incisore in cerca di vana notorietà, ed uno speculatore senza scrupoli.

Lo scenario raccontato dal libro al momento dell’attuazione del cosiddetto piano “B” (piccolo spoiler necessario: si, quello ipotizzato dal Ministro Savona che voleva stampare ed immettere una nuova moneta nazionale nel giro di un fine settimana) è stato già enunciato da molti giornali finanziari e raccontato da Sergio Rizzo assume una verosimiglianza, un riscontro con la realtà, che fa davvero rabbrividire per la crudezza e la rapidità con cui si avvia il Paese alla catastrofe.
Dei tanti libri di romanzi distopici (o di fantapolitica, se vogliamo) che ho letto, questo è il libro più oggettivo e raggelante che abbia mai letto, con buona pace di “2061”.

Il finale è forse scontato o magari deludente (soprattutto per chi si dichiara “sovranista”) e Sergio Rizzo “ritrae” l’attuale Presidente del Consiglio (pur senza nominarlo mai) con una personalità decisamente diversa da quella mostrata dal soggetto reale stesso ai mass media, ma per la prima volta, voglio finire una recensione consigliando un libro molto più utile per capire in che punto ci troviamo e che mi è stato consigliato a mia volta da una persona che stimo: è un libro di Carlo Cottarelli (si, quello sfanculato in una trasmissione televisiva da colei che fu poi nominata viceministro all’economia) e si intitola “I sette peccati capitali dell’economia italiana”.