E addio 2017

Ed ecco che anche questo anno – il 2017 – è giunto alla fine. Dopo un anno particolare quale il 2016, con molti dolori e poche soddisfazioni, tante aspettative si erano addensate sul 2017, alcune sono rimaste deluse e altre sono state soddisfatte, e che comunque ha portato molti cambiamenti.

Dopo un gennaio segnato dagli strascichi del 2016, a febbraio è morto un mio zio. Rivedere i miei parenti in questa imprevista occasione, senza filtri – il comportamento di mia zia (che si è sempre trattenuta le lacrime fino all’omelia del prete, e anche mentre piangeva, faceva attenzione a non lasciarsi andare a scenate che mai sono appartenute alla sua famiglia, alla mia famiglia), e delle mie cugine, gli altri zii, e le zie (e i misteri in famiglia) – mi ha colpito tanto da promettere a mia madre (e a mia zia) che sarei sceso in Paese l’estate successiva. Ma nonostante questo botto, la prima parte dell’anno è stata caratterizzata dal collega coglione che coi suoi disastri ci scombussolava i turni ogni giorno, e questo mi ha impedito di dare il meglio in occasione della preparazione del REmilia Pride. logo1L’evento mi ha fatto bene, tanto che ho fatto coming out al lavoro, e dopo anni che mi conoscono, i colleghi ed il capo l’hanno presa anche abbastanza bene. Ma il giorno dell’evento, la stanchezza fece irruzione in maniera troppo pesante tanto da non andare poi alla festa in discoteca. Quella stanchezza è stato un brutto presagio: mi ricordo il momento preciso in cui mi è crollata addosso come una tonnellata di mattoni, vicino l’ora di cena, in cui sono stato lasciato praticamente da solo, ed i tristi pensieri sono scattati come la molla di una trappola per topi. Il pensiero che l’ha fatta scattare è stato “cazzo, sono andati via tutti!” I miei amici erano andati a mangiare ma non ero riuscito ad accodarmi a nessuno di loro per andare a cenare non da solo e mi sono sentito di troppo, come al solito, come anche in famiglia.

Neanche un mese dopo, e dopo aver recuperato una vecchia amicizia, vado con questo amico al Pride di Bologna! Dopo anni in cui non riuscivo a parteciparne manco ad uno, eccomi partecipare a due – ripeto, DUE – Pride! Anche in questa occasione, niente discoteca: ormai sono troppo grasso e vecchio per questo genere di cose come anche per l’amore.

IMG_1190Poche settimane dopo, come promesso – l’inverno precedente – sono sceso dai miei genitori, come avevo appunto promesso, ma solo per una settimana. Nonostante siano passati 5 anni, le ferite di una vecchia lite bruciano ancora troppo forti. Il viaggio in treno non è stato psicologicamente facile, nonostante avessi una cabina letto tutta per me. Il treno scese veloce fino a Roma: non riconoscevo più la stazione Tiburtina, come che non facesse male abbastanza. Più avanti, il treno si fermò nei pressi di Nola, immobile tra due fronti di incendio così grandi che l’odore del fumo si sentiva pesante dentro il treno nonostante i finestrini fossero chiusi e sigillati! Non dimenticherò mai la vista che mi si presentò quando uscii dalla cabina: sul finestrino davanti la porta della cabina c’era una linea rossa accesa che sembrava una crepa sul vetro, stropicciando gli occhi stordito dal sonno non capii per qualche secondo se quella linea fosse effettivamente una strana crepa sul vetro o uno scia di sangue manco fossi catapultato in un film horror. La consapevolezza di ciò che vedevo e l’odore acre del fumo mi ha fatto capire la portata di quell’incendio! La maledizione che ho lanciato in quel momento ai criminali che hanno appiccato il fuoco, non me la dimenticherò mai. Per quasi due ore rimanemmo fermi lì. Dal finestrino della mia cabina, il Vesuvio (o presunto tale, col buio non ci si capiva una mazza), con un incendio su quella che sembrava la sua sommità. E anche lì, fiamme altissime che sembravano schizzi di lava! Se quello era il benvenuto che mi riservava il Regno delle Due Sicile, il fato non era certo incoraggiante e motivatore!

Ancora più avanti, arrivammo a Maratea per l’alba, ed io mi godetti il panorama sul mare dal mio finestrino (a differenza dell’ultima volta, senza trevigiani scassamaroni!), Paola, San Lucido, e poi, Amantea… mi affacciai sull’altro lato per vedere la torre ed il castello… e anche lì, le fiamme corredavano il panorama. Un altro brutto presagio!

Ma non volevo badarci! Ero determinato a fare coming out in famiglia – forte della reazione dei miei colleghi oltre che dei miei amici – ma se già i sopra citati brutti presagi e altri pensieri tentavano di farmi desistere, il colpo decisivo l’ha dato mia sorella! L’occasione perfetta si è presentata il 13 luglio, quando il telegiornale ha ricordato che il giorno successivo sarebbe stato il 20° anniversario della morte di Gianni Versace: mia mamma, adorava i suoi vestiti e ogni tanto li rielaborava seguendo il suo stile… praticamente si confezionava dei veri simile finti Versace! Mentre il tg mandava in onda un servizio sulla vita dello stilista ucciso, mia mamma commentava i vestiti che passavano in passerella per poi concludere con la solita frase di sempre… “vestiva così bene ogni donna ed era finocchio! Che peccato!”
Colsi la palla al balzo: “eh vabbè mà, questione di gusti, invece di piacergli la donna gli piaceva l’uomo, che sarà mai… …anche a te piacciono gli abiti che faceva, e anche a me piacciono gli uomini!” O almeno, io l’avrei detta così, invece son riuscito a dire la prima parte, perché nel frattempo, appena ho finito di dire quel “che sarà mai”, mia sorella è entrata in cucina esordendo con un finissimo intervento in disaccordo con quanto sostenuto sia da me che dal servizio televisivo. Oh Zeus… come il tempo è relativo, anche la finezza di mia sorella è molto relativa… “a quel rxttxxncxlx avrebbero dovuto ammazzarlo prima!” E questa parte d’intervento ve l’ho anche ripulita, la seconda è molto ma molto più difficile da ripulire e non ve la ripropongo nemmeno!
Capirete quindi che in quell’istante, un’altra tonnellata di mattoni mi è cascata addosso. Mia sorella è talmente omofoba che Adinolfi & Co. a confronto sono i sette nani (e vi sto parlando di uno che è talmente grosso che quando indietreggia fa “bip bip” come i camion della nettezza urbana)! E niente, anche stavolta, la mascherata deve continuare. :/

IMG_1209Conscio che quel viaggio è stato un mezzo sacrificio vanificato da mia sorella in quei pochi secondi, il giorno successivo presi il treno e andai a Reggio Calabria.
Arrivato a Villa San Giovanni, lo stesso shock di Roma Tiburtina: non solo non c’erano più i vecchi traghetti (cosa che già sapevo e già avevo difficilmente metabolizzato), ma avevano perfino smontato le passerelle con cui si poteva imbarcare o andare sulla spiaggia più avanti e dove sono stato spesso a vivere bei momenti indimenticabili… … … . 😦
Arrivato a Reggio Calabria Centrale, avevo bisogno di staccare un attimo i miei pensieri dai miei ricordi e dalle sensazioni che in quel momento sentivo violente e opprimenti. È bastato recarmi nella vicina villa comunale dove al solito chiosco, la solita signora (già anziana quando avevo 15 anni) mi dette per 1,50 € (nel 1998 erano 1.500 £) un bel bicchierone di latte di mandorla. Le mandorle tritate in fondo al bicchiere, la vista dalla panchina sulla collinetta della villa rivolta verso il mare, il vento che mi carezzava sul collo… …eccomi in quel momento a recuperare la pace con me stesso e con le mie emozioni.

Ho cominciato a risalire la città come un turista e salendo verso il castello aragonese, ho avuto una bellissima sorpresa: finalmente, dopo 20 anni dalla mia prima visita, il castello era aperto e visitabile! E non ho perso tempo!
IMG_1234Una volta sul tetto, insieme a tutti quei croceristi (altra bella sorpresa) ho mirato uno dei più belli panorami del mondo. Ed eccolo, il vento delle Stretto, sul mio viso a rifocillarmi e a consolarmi. Ci rimasi circa un’ora e mezza, poi scesi a vedere le due esibizioni di arte contemporanea e classica all’interno del castello.
Sceso verso piazza Camagna, e poi di nuovo su Corso Garibaldi, mi sono recato su piazza Italia, sotto la quale, erano aperti degli scavi archeologici.
Sotto il livello stradale, durante i lavori di rifacimento della piazza, tra il 2001 ed il 2004 vennero trovati dei resti davvero molto interessanti, un unicum archeologico che non meritava certo l’oblio, e che fortunatamente si è riuscito a rendere visitabile, grazie anche alla guida di volontari in loco (mi era capitato come guida un insegnante di storia dell’arte in pensione, che non parlava un buon inglese ma che ce la metteva tutta, e che mi ha parlato degli scavi e dello stato attuale della cultura a Reggio Calabria, con molta passione e molto trasporto. Per la prima volta da quando ho memoria, mi sono sentito consolato su un fronte su cui avevo sempre preso sonore porte sbattute in faccia. Ma ormai, riguardano sogni ormai finiti anche se non dimenticati, parte di un pezzo della mia vita che non tornerà più.

IMG_1316Su quella piazza si affacciano il palazzo della Prefettura, Palazzo Foti (ex sede della Provincia, oggi Città metropolitana), e Palazzo San Giorgio (sede dell’amministrazione comunale, parzialmente visitabile), e sul lato del Corso Garibaldi, di fronte a quest’ultimo, il bellissimo teatro comunale intestato a Francesco Cilea, insigne maestro palmese/reggino. In quei giorni, il teatro ospitava una serie di spettacoli di danza moderna e nel momento in cui passai, era aperto per le prove: dopo 13 anni, entrai di nuovo in platea. Che emozione! 🙂

Assistetti un po’ alle prove (sia per curiosità, sia per riposarmi seduto su una di quelle poltroncine così comode) e intanto notavo di quanti giovani reggini ci fossero in giro, e con sorpresa devo ammettere che erano più di quanti me ne aspettavo e di quanti ce ne potessero essere ad un simile evento culturale nel periodo in cui io avevo la loro età (quindi parliamo della fine degli anni ‘90 e inizio del nuovo secolo), è stato un pensiero davvero piacevole. La cultura PUÒ davvero salvare la Calabria dalle brutture che da secoli l’affliggono e spero che sempre più giovani e cittadini se ne possano rendere conto e crederci davvero!
E pensare anzi, che questa stessa medicina potrebbe salvare il Paese intero. Chiusa questa piccola parentesi, che ammetto è una piccola speranza che risiede in fondo al cuore, ho visitato la Pinacoteca civica che occupa una parte del teatro e che ha aperto nel 2008, trasferendosi lì dalla sede del Museo Nazionale della Magna Grecia, girando in mezzo ai capolavori che partono dal 16° al 19° secolo, sopravvissuti all’apocalittico terremoto del 28 dicembre 1908, e altri del 20° secolo. Osservare opere di Mattia Preti, Francesco Jerace, Renato Guttuso, e ancora il Vitrioli, Antonello da Messina, e perfino una piccola copia del Laocoonte del Bernini! Si, scolpita proprio da quel Bernini le cui sculture romane sono conosciute in tutto il mondo! Giusto per citarne alcuni.

E dopo il pranzo, risalii ancora Corso Garibaldi, vedendo posti che conoscevo ormai cambiati e quasi irriconoscibili. Negozi chiusi come la sala giochi dove mi davo a volte appuntamento col mio grande amore, o l’ottico dove ho comprato per la prima volta delle lenti a contatto, il negozio di filatelia e numismatica dove il mio grande amore (sempre lui) mi comprò il primo regalo d’anniversario… Arrivai così a piazza De Nava, di fronte la quale sorge Palazzo Piacentini, sede del (rinnovato) Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria (…e Parma suca!!!)(scusate ma dovevo proprio dirla!) che finalmente ha le sembianze di un vero importante museo europeo moderno: un percorso didattico lineare e semplice con esposti molti più reperti che in passato, a partire dal secondo piano a scendere fino al seminterrato! Unica pecca: a metà percorso stavo morendo di sete e non so cosa avrei dato per un sorso d’acqua! La mia parte preferita rimane quella che differenzia le antiche colonie magno-greche ed il periodo pre-romano, con i reperti provenienti da Locri Epizhephirii – oltre alle statue dei Dioscuri e la ricostruzione di un antico tempio – e la “testa del filosofo”, e “l’Apollo Aleo”, e il “Kouros di Reggio”, e senza dimenticare ovviamente i pezzi più famosi, i bronzi di Riace!
Una visita catartica.

Uscito dal Museo decisi ormai di tornare a casa dei miei, pensavo di prendere l’autobus nella piazza dietro il Museo e antistante la stazione di Reggio Calabria Lido, ma sapendo che il tracciato autostradale era stato variato e molti bellissimi panorami non li avrei più visti, optai per il treno, per vedere ancora il magnifico mar Tirreno e la sua bellissima costa, ad alcuni tratti contaminata solo dal passaggio della ferrovia. Ma anzichè partire da quella stazione semiabbandonata allo squallore che solo le stazioni sotterranee suggeriscono, mi decido di prendere il treno dalla stazione centrale.
Dopo aver preso un bel gelato da “Cesare” – la più famosa e la migliore gelateria della Calabria – una bella coppetta con gelato al melone e crema di bergamotto (!!!) mi sono incamminato sul lungomare più bello d’Italia, ogni tanto soffermandomi ad osservare il mare, a sentire il suono delle onde, a respirare quell’aria piena di iodio, e cercando di pensare a niente che mi potesse ferire.
Arrivato a Reggio Calabria Centrale, presi il treno per tornare dai miei. Il resto della settimana è stato pieno di alti e (colpi) bassi, e nonostante tutto, non vedevo l’ora di tornare a casa mia, a Reggio Emilia.

Quella piccola gita di un giorno è stata forse l’unica (mezza) giornata di vacanza di quest’anno… la differenza è notevole: se sono in ferie, stacco dal lavoro… se sono in vacanza, stacco dalla mia vita quotidiana, dai suoi pensieri e dalle sue preoccupazioni!
Al ritorno al lavoro, questo fallimento mi ha sforzato tanto da non riuscire nemmeno a mascherarlo, ed in molti se ne sono accorti. Non ho più l’età per portare le maschere ma dopo tanto tempo passato ad indossarle, devo ammettere che faccio fatica a distinguere dove finisce la maschera e dove inizia la pelle della mia faccia. Si, ne sono stanco.

A fine settembre, molte cose sul lavoro sono cambiate, quasi a rimarcare il decimo anniversario del mio arrivo nella mia nuova città. E questa ricorrenza è stata la molla di molte riflessioni e di molti pensieri su come il tempo passa velocemente, su quanto ho realizzato e sulle tante cose che invece non sono riuscito a fare. Poi il congresso anticipato del circolo arcigay di cui faccio parte, e poi il cambio dei capi al lavoro, e ancora, l’arrivo di un nuovo anno, con il suo carico di aspettative. Un carico sempre più leggero, segno forse che ai sogni e alle speranze, quasi non cedo più. (No, non manca una “r”, quel “cedo” è proprio voce del verbo “cedere”!)

Quel che mi porterò di quest’anno appena concluso, è la consapevolezza che molte cose rimarranno chiuse nel cassetto insieme ai vari sogni e sentimenti che ho messo da parte. Si, sono capace di molte cose, ma molte altre non le realizzerò mai perché troppo tardi. Non ho certo voglia di fare la fine di Marguerite, continuo lo stesso a vivere fra alti e bassi, come ho sempre fatto.

 

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