Addio Franca Valeri

Alla fine di luglio aveva compiuto 100 anni ed una decina di giorni dopo ci ha lasciato una grande attrice, sceneggiatrice, regista, autrice, interprete caratterista, artista dalla grande intelligenza, sensibilità, ed ironia Franca Valeri.

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Non sono abituato a scrivere articoli su personalità recentemente passate a miglior vita, l’ho fatto poche volte e mi è sembrato di “sciacallare” sulla notizia del momento, ma stavolta non posso fare a meno di scrivere le mie impressioni, i miei pensieri.

Franca_Valeri_2Franca Valeri era straordinaria, l’ho sempre pensato, fin da bambino quando in tv si vedeva sempre col telefono in mano, a parlare con “mammà”, come poi da ragazzino in alcuni telefilm che venivano trasmessi la domenica, mi ricordo ad esempio di una serie intitolata “Norma e Felice” (in coppia con un altro suo illustre concittadino, Gino Bramieri), e ancora in film come “Il segno di Venere“, “Gli onorevoli”, “I motorizzati”, “Il vedovo”, e in quello che era il suo capolavoro “Parigi o cara“.

Quest’ultimo ho avuto modo di vederlo quando lo hanno passato in televisione in occasione del suo centesimo compleanno. Ed è stata – per me che non avevo mai visto questo film – una sorpresa la scena del suo arrivo a Parigi…

Franca_Valeri_4Era il 1962, e nell’Italia di quel periodo, l’omosessualità era qualcosa di scandaloso e sconcio, eppure, nella scena da lei scritta ed interpretata, vi è un’accettazione semplice, naturale, con quella sua risposta, quel suo “ah, non  lo sapevo!” che se oggi potrebbe sembrare quasi banale, in realtà, per l’epoca non lo era affatto! 
In quegli anni, l’omosessualità era ancora considerata una malattia e spesso, ogni tentativo di accettazione veniva avversato e messo a tacere. Erano gli anni dello scandalo dei “balletti verdi”, del “caso Braibanti”, e poi ci fu anche l’emarginazione di Umberto Bindi dovuta appunto al suo orientamento sessuale. Giusto per citare alcuni esempi di come venisse affrontata questa tematica in quel decennio.
Franca_Valeri_3Nel film stesso, la protagonista – Delia – non è la classica prostituta immorale e dal linguaggio triviale (o presunto tale) che si vede nei film dello stesso periodo, anzi è al contrario un personaggio attento ai soldi (fa anche la strozzina: bella la battuta quando contando una mazzetta di banconote dice “non è diffidenza, è usanza!”) e piuttosto snob, molto curata nel vestirsi, con acconciature e abbinamenti camp (personaggi simili, al cinema, saranno riproposti decenni dopo. E neanche in Italia.) che l’hanno resa un’icona anche nel mondo lgbt.

Non poteva non esserlo: controcorrente “sin da giovanissima” (come lei stessa affermava in un’intervista rilasciata pochi anni fa), e lo si vede anche nel personaggio di un altro film in cui ha scritto la sceneggiatura: Cesira ne “Il segno di Venere” del 1955, in cui spavalda afferma a sua zia (interpretata da Tina Pica) che…

…non siamo più nel medioevo, che la donna c’ha lo stesso giro dell’uomo, anche in campo amoroso, perché c’ha la sua indipendenza lavorativa, almeno dalle mie parti!

Era il 1955.
Ed in quel periodo, l’opinione dominante era quella rispecchiata dalla “zia Tina Pica” per cui “il posto della donna era la casa, e la cucina.”


Cinema/Addio a Franca Valeri, la prima a creare scene comiche al telefono

Appassionata di lirica, oltre che di teatro, alcuni anni fa come anche più recentemente, in alcune interviste aveva espresso il suo pensiero sulle attuali condizioni culturali e civili del Paese e puntualmente si riversarono sui social commenti al vetriolo che dimostrarono ampiamente quanto avesse ragione!
In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera due anni fa, ripercorrendo la sua vita, dichiarava inoltre quanto le mancasse il teatro, e parlò suo amore per gli animali,  e del suo rifiuto di privarsi di interessi e di cedere alla noia, e alla domanda se avesse un sogno ancora irrealizzato, rispose dicendo che ci avrebbe pensato su, e che se le fosse venuto in mente, glielo avrebbe detto al telefono!

Ma nell’ultima intervista, rilasciata ancora una volta al Corriere della Sera, lo scorso 28 giugno, un ultimo sogno da realizzare lo disse: rivedere la Bohème alla Scala. E sempre in quell’ultima intervista, rilascia altre piccole perle della sua vita, di quando alla fine di aprile 1945 andò a vedere di persona il dittatore morto, e di quello che provò in quell’istante. Di come la sua giovinezza era cominciata in ritardo a causa della guerra. Di suo padre e del momento che ricordava come il più brutto della sua vita. E fra le altre cose, una frase che è quella che mi venne in mente quando ho saputo della sua scomparsa:

«Sono anche diventata un’icona gay, anche se non ho mai capito perché. Ma sono fiera di esserlo»

La comunità lgbt italiana ha perso una delle sue icone. Una delle poche che meritavano davvero di esserlo.

Addio signora Franca.
Grazie per la sua arte.

Franca_Valeri_ACabras

30 anni dopo il muro

Il muro dividerà Berlino per i prossimi 100 anni –
frase attribuita nell’estate 1989 ad Erich Honecker, segretario del Partito di Unità Socialista di Germania

Già pochi anni dopo la nascita della Repubblica Democratica Tedesca, vi fu un flusso emigratorio molto intenso verso la Repubblica Federale Tedesca, tanto che nel 1961, la SED – il partito comunista della Germania orientale – decise di chiudere le frontiere letteralmente, in particolare a Berlino, divisa tra Est e Ovest, e nella notte del 13 agosto, cominciò ad erigere un muro definito di “arginazione e protezione dal fascismo” noto in tutto il mondo come “il muro di Berlino”, simbolo della guerra fredda e più ancora simbolo della divisione dell’Europa in due sfere d’influenza.

L’espatrio verso i Paesi del blocco occidentale era considerato un reato: il codice penale lo definiva “fuga dalla Repubblica” ed inserito fra i “delitti contro lo Stato”. Tuttavia era possibile inoltrare una “domanda” per trasferirsi nei Paesi occidentali presso il Ministero degli Esteri, ma puntualmente questa veniva respinta, e reiterare quella domanda poteva costare, non solo l’interessamento della Stasi, ma anche un “soggiorno forzato” nelle terribili celle d’isolamento di quella che veniva chiamata “Gelbes Elend” – la “Miseria Gialla” – o alla “Stasi-Knast”, i peniteziari di massima sicurezza di Bautzen, dove venivano richiusi i dissidenti politici insieme ai peggiori criminali, ed il cui nome – “Bautzen II” – era tristemente famoso e maggiormente temuto in tutto il Paese. Altra storia era varcare le frontiere verso gli altri Paesi del Patto di Varsavia, dato che anche quei Paesi non permettevano di varcare le frontiere verso i Paesi occidentali.
E questa situazione rimase immutata fino alla fine degli anni ’80, quando in Ungheria, nel giugno 1989 il comunismo cadde ed il nuovo governo aprì le proprie frontiere con l’Austria, e migliaia di cittadini tedesco-orientali ne approfittarono per raggiungere la Germania occidentale. Un paio di mesi dopo, migliaia di tedeschi-orientali, manifestavano davanti le sedi diplomatiche della Germania occidentale nei Paesi dell’Europa orientale!

Con queste premesse, Gorbacëv visitò Berlino Est in occasione del 40° anniversario della fondazione della Repubblica Democratica Tedesca, esortando – ancora una volta – la leadership del Paese ad adottare le riforme che egli stesso stava portando avanti in Unione Sovietica. Honecker era contrario alle riforme, e da “comunista ortodosso” convinto, arrivò perfino a vietare le pubblicazioni sovietiche che a quel punto considerava sovversive.
La stessa sera del 7 ottobre 1989, il popolo si radunò a protestare davanti al Palast der Republik, il luogo centrale delle istituzioni del Paese.

Il 18 ottobre, a seguito di varie rivolte cittadine, il Partito depose Honecker e lo sostituì con Egon Krenz, che presentato sotto una veste di giovane riformatore, era malvisto dalla popolazione che non solo lo riconosceva come “delfino” di Honecker, ma pochi mesi prima, aveva elogiato le autorità cinesi per la repressione dei moti popolari di piazza Tien An Men.

Nel tentativo di salvare il regime, Krenz ed il Politbüro della SED, elaborarono ed annunciarono alcune riforme, fra cui quella delle regole per varcare il confine con l’altra Germania (in poche parole, si stavano “allentando le restrizioni di viaggio”), ed in una conferenza stampa, il corrispondente ANSA da Berlino Est, Riccardo Ehrman (di origini italo-polacche, adesso 90enne) chiese al portavoce del Politbüro, Gunther Schabowski, quando queste regole sarebbero entrate in vigore. Ed ecco la storia compiersi.

Gunther Schabowski, con le mani sudate, cercò fra le veline in suo possesso la risposta a questa domanda, e non trovandola, rispose:

“Se sono stato informato correttamente, quest’ordine diventa efficace immediatamente.”

In realtà, le disposizioni dovevano entrare in vigore da li a pochi giorni – Schabowsky fu espulso immediatamente dal partito – ma ormai era troppo tardi: la notizia aveva raggiunto decine di migliaia di berlinesi-orientali che si precipitarono immediatamente ai varchi con Berlino Ovest!

Le guardie di frontiera sorprese da questa immensa folla festante che chiedeva di passare, tempestarono di telefonate il comando in attesa di istruzioni, intasando le linee telefoniche, impreparate e non potendo fare altro, lasciarono passare la gente senza nemmeno controllare i documenti, aprendo totalmente i posti di blocco!

Le reazioni dei berlinesi-orientali furono euforiche: gente che saliva sul muro, gente che prendeva il muro a colpi di piccone, gente che piangeva di gioia, e – fonti Rai affermarono – gente che riconobbe il giornalista italiano Riccardo Ehrman e che lo ringraziarono, e lo portavano in trionfo. Una notte di gioiosa follia in cui la giornalista Lilli Gruber realizzò un servizio per il tg2 seduta sopra il muro in mezzo ai berlinesi festanti.
Berlinesi dell’est e dell’ovest si abbracciarono dopo numerosi anni di separazione e i bar ed i pub vicini al muro cominciarono perfino ad offrire birra gratis a tutti, ed insieme ai berlinesi festanti in strada, centinaia di giornalisti di ogni Paese, commentarono la notizia consegnando al mondo e alla storia le immagini che sono rimaste impresse nella memoria collettiva, segnando il punto di non ritorno nel crollo dei regimi autoritari dell’Europa orientale, e la fine del cosiddetto “secolo breve”.

Il Bundestag – il parlamento della Germania occidentale, a Bonn – accolse la notizia riconoscendo un commosso omaggio a Willy Brandt – ex Borgomastro di Berlino Ovest nell’anno in cui venne eretto il muro, e successivamente Cancelliere, famoso per la sua “Ostpolitik” con cui ridusse gli attriti fra le due Germanie derivanti dalla guerra fredda – con un applauso e cantando l’inno nazionale. Il Cancelliere all’epoca in carica, Helmut Kohl, si trovava a Varsavia, in missione diplomatica con il nuovo governo per una sorta di riconciliazione, interruppe la visita per poi riprendere la missione diplomatica pochi giorni dopo e congedando la Ostpolitik cominciò a parlare di riunificazione.

Nelle due superpotenze, le reazioni furono svariate: i media statunitensi commentarono molto enfaticamente l’improvvisa caduta del muro, mentre i politici guardavano all’evento con sospetto, convinti che la caduta del muro non fosse poi così casuale ma anzi “un tentativo di tenere in piedi il regime” – come affermò Bob Dole – mentre il Presidente Bush – più freddo nelle sue relazioni diplomatiche con Gorbacev rispetto al suo predecessore Reagan – profondo conoscitore della diplomazia internazionale, restò a guardare assicurando tuttavia a Kohl che il suo Paese avrebbe appoggiato la causa della riunificazione tedesca anche davanti al leader sovietico.
In Unione Sovietica, la TASS – portavoce ufficiale del regime – comunicò la notizia in maniera asettica, senza particolari commenti, mentre al Cremlino, la linea politica da seguire non era chiara, Gorbacev affermava che la “dottrina Breznev era morta e sepolta” e pochi mesi dopo, avrebbe appoggiato la causa della riunificazione tedesca solo per motivi diplomatici. Gorbacev avrebbe certo preferito che il regime tedesco-orientale seguisse la perestroika in modo da poter dimostrare che il socialismo potesse ancora affermarsi in Europa e rafforzare anche questa sua stessa politica – la perestroika, appunto – in patria, ma caduto il muro, il tema della riunificazione non poteva essere più fermato.

Qualche giorno dopo, il Maestro Rostropovic improvvisa un concerto suonando il suo violoncello davanti al muro per celebrare l’evento.

Da lì a poco meno di un anno, la DDR cesserà di esistere, ma questa è un’altra storia.


Alla fine degli anni ’90, nei cinque lander orientali si comincia a delineare un fenomeno chiamato “Ostalgie”, un gioco di parole fra “ost” – “est” in tedesco – e “nostalgie” culminato pochi anni dopo con film come “Good Bye, Lenin!“, e addirittura fiere in cui si vende memorabilia e gadget del passato regime. Nel ventennale della caduta del muro di Berlino, un sondaggio commissionato dal governo federale tedesco rivelò l’insoddisfazione dei tedesco-orientali a partire dalle condizioni della riunificazione e le delusioni delle aspettative in una misura ben superiore a quella considerata per certi versi “fisiologica”.

Tutto sommato, nessuno dei tedesco-orientali rimpiange il regime oppressivo della SED e della Stasi.

Coming out day

Coming Out Day 2019Il Coming Out Day è una ricorrenza lanciata nel 1988 da un gruppo di attivisti statunitensi per ricordare l’anniversario della seconda marcia nazionale su Washington per i diritti delle lesbiche e dei gay, tenutasi appunto l’11 ottobre 1987.

Oltre ad essere celebrato negli Stati Uniti (dal 1988 in alcuni e poi dal 1991 in tutti i 50 Stati), viene celebrato anche in Italia da pochi anni – da tre anni, se ricordo bene – e in Europa, oltre a Paesi più avanti del nostro nell’ambito dei diritti civili delle persone lgbt+ – come Regno Unito, Germania, Paesi Bassi, giusto per citarne alcuni – questa ricorrenza è arrivata perfino in Paesi come la Polonia o la Croazia, dove la vita della comunità lgbt+ è anche più difficile che da noi.

Negli Stati Uniti, Human Rights Campaign – la più grande associazione lgbt+ statunitense – si impegna ad offrire per questa ricorrenza – oltre a tutto quello che fa nel corso dell’anno – aiuto sotto forma di sostegno e di risorse a tutte quelle persone della nostra comunità che sono alle prese con questo passo – il coming out appunto – che porta poi la persona a vivere la propria vita in maniera più limpida, aperta, e onesta, soprattutto con i propri cari.


Io ho fatto coming out.
Tre volte.

coppia_gay_sims3_thumb.jpgIl mio primo coming out fu con la mia migliore amica all’epoca: nel 2010: andai a trovarla a Messina e prendemmo una granita allo storico chiosco di piazza Cairoli. Avevamo passato mezza mattinata ricordando i vecchi tempi, a parlare di quello che non ci siamo detti nelle nostre periodiche telefonate, di che fine avessero fatto tutti gli altri con cui pian piano abbiamo perso ogni contatto. Mi disse che si stava fidanzando ed io le feci le mie congratulazioni e dopo un attimo di silenzio, aggiunsi che “spero un giorno di poterti anch’io presentare un fidanzato. Rimase immobile, e mi sorrise.

La seconda volta fu più facile, nel 2016: la barista del caffè che frequentavo, parlando del più e del meno con un altro avventore si accorse che bevevo un sorso in più quando quest’ultimo parlava di amore (si stava lasciando con la morosa dopo aver fatto una sciocchezza), il giorno dopo, quando mi servi la solita birra, complice la vicinanza con San Valentino, mi chiese se fossi mai stato innamorato, e alla mia risposta affermativa mi chiese “di una donna o di un uomo?” Rimasi basito per un paio di secondi quando imbarazzato e rosso in faccia risposi che si, si trattava di un ragazzo. La sua reazione fu un ampio sorriso.

logo1E la terza volta venne dopo il Pride di Reggio Emilia nel 2017: dopo dieci anni al lavoro feci coming out. Il mio capo sapeva che mi serviva il sabato per dare una mano a degli amici, ed il lunedì successivo mi chiese come fosse andata, e gli mostrai una foto che mi ritraeva alla bancarella del merchandising ufficiale del REmilia Pride, intento a vendere oggettistica. Rimase a bocca aperta e la notizia si sparse fra i colleghi a macchia d’olio.

Gli esiti dei miei coming out?

Il primo fu un disastro! Quando ci salutammo capii che qualcosa non tornava, e di li a poco si rese irreperibile, terminando un’amicizia lunga quasi dieci anni. Ci rimasi molto male, e questo pregiudicò il corso degli eventi.

Il secondo era quasi indotto, non avevo l’esigenza di dire alla mia barista preferita che mi piacevano gli uomini ma lei da sola si accorse che nelle mie chiacchiere con la compagnia, l’argomento “donne” era quasi completamente assente, o che comunque non partiva mai da me. Qualche mese dopo, mi disse che era bello vedermi un po’ più rilassato da quando avevo fatto coming out. E mi sbloccai un po’.

La terza volta, al lavoro sapevano che ero nel volontariato ma non sapevano dove, e pian piano lasciai indizi, mi preparai il campo, e poi andò bene, con una foto ed un sorriso a trentadue denti! Il mio capo non mi fece mai domande stupide o invadenti, e a sorpresa, nonostante sia molto cattolico e praticante, non si dimostrò omofobo, anzi, mi difese in un paio di conversazioni con un paio di colleghi omofobi (uno dei due, ora ex collega). Qualche tempo dopo, un mio collega mi disse che era più piacevole lavorare con “il vero me” che con il precedente antipatico che ero prima. E ciò mi rese felice.

IMG_1234La quarta volta… …fu troncata proprio all’inizio della frase, da mia sorella con l’esternazione della sua opinione sullo stilista Gianni Versace, di cui ricorreva il 20° anniversario della morte proprio quel giorno. Un’opinione così greve, che a riproporla a degli scaricatori di porto atei, questi si mettono a farsi il segno della croce per due ore!

Quest’anno, mi ero ripromesso che stavolta non mi sarei fermato a mezza frase, che sarei andato fino in fondo. Tanto deciso da prepararmi anche su facebook con un ashtag #Imcoming… Avevo anche letto – a spezzoni per farmi coraggio – un interessante libro a riguardo, scritto da Giovanni e Paola Dall’Orto, intitolato “Mamma, papà: devo dirvi una cosa!” Sinceramente un ottimo libro per un adolescente, ma non certo per me che mi avvicino ormai ai 40 anni e che ormai “ho perso il treno”!

Infatti, questa volta, lo scorso settembre, a casa dei miei, in un’altra discussione più ampia, mia mamma – principale destinataria del mio coming out – si è rivelata essere meno aperta di mentalità rispetto a quanto ho sempre pensato, e si è espressa in maniera molto negativa sul tema dell’omosessualità…

All’inizio del bellissimo video che vi ho proposto, alla prima schermata la scritta recita “Molte persone omosessuali non si dichiarano ai genitori pensando che preferirebbero non saperlo” … … … ecco qui: parlando di scelte politiche siamo finiti a parlare della Cirinnà che avrebbe fatto “quel pasticcio” per interesse, al chè ho risposto che la Cirinnà non è lesbica, e mia mamma ha detto testualmente che “va bene, ma quando delle persone hanno quella cosa lì, devono tenersela e a casa loro e basta, invece di rompere le scatole per strada alle persone normali! Se uno ha questa cosa di essere gay, io non lo voglio sapere!“… …ed in quel momento, quelle parole pesanti come macigni piombati sulla pancia, mi hanno spento.
Se sa o se sospetta, non lo saprò mai, e lei non vuole sapere se ha ragione in un verso o in un altro.

No. #ImNOTcoming…
Avrei voluto davvero finire questo post scrivendo l’esatto opposto. Scrivendo di come mia mamma si fosse alzata dalla sedia per venirmi incontro ed abbracciarmi, e di come quell’abbraccio mi avesse sollevato di tutte le lacrime e le pene passate negli anni passati.
Invece no.
Invece di togliermi un fardello di dosso, sono poi tornato a casa mia, nella mia Reggio Emilia, con la consapevolezza di lasciare in Calabria non più una famiglia, ma un gruppo di estranei consanguinei.

In questa ricorrenza che dovrebbe essere di festa, e che per me – purtroppo, e come per molti altri come me – non lo sarà, auguro a tutti i ragazzi e ragazze la fuori, di avere più fortuna di me, soprattutto con le proprie famiglie.

Con tutto il cuore.

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02.02.2020 – La notte che uscimmo dall’Euro

02.02.2020. La notte che uscimmo dall'euroSergio Rizzo ha pienamente dimostrato di appartenere alla vecchia scuola di giornalismo e scrittura con questo “romanzo” che descrive in maniera semplice e iper-realistica il peggior scenario che l’attuale Governo possa provocare (e che gli dei ce ne scampino)!

Tutto comincia dall’esito disastroso di un summit tenuto segreto “e a titolo personale” condotto dal Presidente del Consiglio italiano con il Ministro delle finanze tedesco – la cancelliera a questo giro non voleva perdere tempo con l’avvocato – in cui il Presidente si rende conto di essere stato una semplice marionetta in un gioco al massacro più grande di lui. Sergio Rizzo annota la sequenza di eventi che porterà al più grande disastro dell’Italia Repubblicana: l’uscita dell’Italia dalla moneta unica e dall’Unione Europea.
In sottofondo l’ottusità, le mediocrità, le meschinità, l’ignoranza dei politici che compongono l’esecutivo, descritti minuziosamente ma senza mettere nomi – è facilissimo individuare chi è chi – e alcuni personaggi di contorno: una funzionaria di banca che osserva non senza timore le speculazioni che agitano i mercati, con un marito portavoce del vicepremier che non esita a “intascare qualche piccolo extra facendo favori agli amici venuti da lontano”, un grafico incisore in cerca di vana notorietà, ed uno speculatore senza scrupoli.

Lo scenario raccontato dal libro al momento dell’attuazione del cosiddetto piano “B” (piccolo spoiler necessario: si, quello ipotizzato dal Ministro Savona che voleva stampare ed immettere una nuova moneta nazionale nel giro di un fine settimana) è stato già enunciato da molti giornali finanziari e raccontato da Sergio Rizzo assume una verosimiglianza, un riscontro con la realtà, che fa davvero rabbrividire per la crudezza e la rapidità con cui si avvia il Paese alla catastrofe.
Dei tanti libri di romanzi distopici (o di fantapolitica, se vogliamo) che ho letto, questo è il libro più oggettivo e raggelante che abbia mai letto, con buona pace di “2061”.

Il finale è forse scontato o magari deludente (soprattutto per chi si dichiara “sovranista”) e Sergio Rizzo “ritrae” l’attuale Presidente del Consiglio (pur senza nominarlo mai) con una personalità decisamente diversa da quella mostrata dal soggetto reale stesso ai mass media, ma per la prima volta, voglio finire una recensione consigliando un libro molto più utile per capire in che punto ci troviamo e che mi è stato consigliato a mia volta da una persona che stimo: è un libro di Carlo Cottarelli (si, quello sfanculato in una trasmissione televisiva da colei che fu poi nominata viceministro all’economia) e si intitola “I sette peccati capitali dell’economia italiana”.

Questione di “polso”

referendum-costituzionale-del-4-dicembreQuesta mattina, avendo finito il caffè in casa, ho preso la decisione di affrontare il freddo e andare a fare colazione al bar vicino casa.

Appena arrivato, ho notato al banco un gruppetto che discuteva animatamente del risultato del referendum costituzionale di una settimana fa.

In poche parole, erano convinti che se vinceva il si, i vecchi nomi della politica sarebbero scomparsi quasi automaticamente dalla scena.

Mi hanno tirato dentro la discussione chiedendomi cosa avessi votato: appena data la mia risposta – cioè “no” – mi hanno mangiato vivo. Due di costoro sanno anche che sono gay, e quando stavano tirando nella discussione la legge sulle “unioni civili”, li ho presi in tempo per i polsi e avvicinandomi ad uno di loro, ho sibilato: “adesso sai come ci siamo sentiti noialtri a febbraio, dopo che voi tutti, avete fatto tutte le vostre porcate prendendoci per i fondelli per l’ennesima volta! Adesso piantala di roderti il fegato, fattene una ragione, e tira avanti!”

Ho votato no una settimana fa, ma se fosse stato scorporato il quesito e diviso per settori, forse avrei votato diversamente.

Il quesito era: Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione.

Un po’ lunghetto, eh?!

Analizzando il quesito troviamo questi punti principali:

  • superamento del bicameralismo paritario, riduzione del numero dei parlamentari, contenimento dei costi delle istituzioni
  • soppressione del CNEL
  • revisione del titolo V della parte II della costituzione.

Andiamo per ordine:

  1. Sono favorevole al superamento del bicameralismo paritario per il semplice fatto che purtroppo abbiamo un Senato altamente inquinato da politici di professione, corrotti, ignoranti (giusto per dire due nomi: Scilipoti e Razzi!), quindi il Senato, inteso come dai nostri padri costituenti quale Camera composta da palamentari di più alta moralità e saggezza, non esiste più! (E forse, non è mai esistito.)
    Allora perché non rimodellare il Senato, fare senatori i presidenti delle provincie ed i sindaci metropolitani, 110 senatori circa, invece di 315! E voilà, abbiamo anche la riduzione dei parlamentari! Ed un contenimento dei costi di alcune delle varie istituzioni!
    Un senato che porti alle leggi della Camera, in lettura al Senato, le istanze dei territori e delle sue popolazioni. Allora avremmo un Senato con ancora una qualche valida funzione.
    Ovviamente, a questo punto, è d’obbligo reintrodurre l’elezioni provinciali, ma di questo punto ne parlo più avanti. Restano certo le funzioni legislative, ma
     un Senato di questo tipo non avrebbe voce in capitolo sulla fiducia al Governo.
    La Camera dei deputati ri
    mane quindi com’è.
    Per ridurre efficacemente, i costi di queste due istituzioni, una proposta cui difficilmente essere in disaccordo: lo stipendio dei parlamentari è commisurato alla presenza ai lavori parlamentari e di commissione, spese di rimborso fino ad un certo limite, niente altri privilegi e benefit!
  2. La soppressione del CNEL è forse una misura eccessiva, meglio ridimensionarlo! cnelInnanzitutto bisogna ammettere che quando è nato, esisteva il cosiddetto “Stato-Imprenditore”, che adesso, con l’eliminazione dell’IRI e  le ratifiche di vari trattati comunitari a partire dagli anni ’90, non esiste più! Quindi sopprimere magari, no, ma dare un nuovo ruolo ad un organo costituzionale che negli anni ha maturato una certa competenza nel settore degli studi economici e sociali/lavorativi, sarebbe una scelta maggiormente azzeccata. Durante la campagna referendaria ho discusso di questo punto con un propagandista del si, in piazza Prampolini, che mi disse – testuali parole – “il cnel in settant’anni non ha mai approvato una legge che sia una!”… sbottai: “ma il cnel non ha potestà legislativa, il cnel non può approvare leggi, quello è compito del Parlamento! Casomai il cnel, può formularle e proporle, ma quando mai i parlamentari, dall’avvento della seconda repubblica, hanno mai usato o dato retta a quest’organo che altro non è che uno strumento a disposizione del legislatore?!” Per tutta risposta è rimasto muto! E su questo punto, signori, non ho altro da aggiungere.
  3. La revisione del titolo V parte seconda… wow… qui non si finisce più… Per farla breve, lo Stato si riappropriava di molte delle competenze che la riforma della Costituzione del 2001 aveva reso di materia “concorrente” o esclusive delle regioni. Insomma, si passava da un estremo all’altro!
    nuova-sede-regione-piemonte

    Nuova sede della Regione Piemonte . giusto per spendere soldi dei contribuenti, anche se più discreta dell’omonima lombarda!

     

    Molte regioni, sia del nord – ad esempio il Piemonte – che del sud – ad esempio la Calabria – fra le prime cose che hanno fatto con la riforma, è stato costruirsi nuove sedi dai costi esorbitanti (cosa che in Piemonte ha concorso a far cadere la giunta regionale guidata dal leghista Cota, ed in Calabria, ha messo in difficoltà la giunta Chiaravalloti – di centrodestra – che nei primi anni anni duemila non aveva più soldi per la sanità!), per non parlare dei privilegi dei vari consiglieri regionali. Poteri cui le Regioni hanno abbondantemente abusato!

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    “Cittadella regionale” a Germaneto di Catanzaro – niente male per quella che è la regione più povera d’Italia! (E dovete vedere la nuova sede del Consiglio regionale a Reggio Calabria!)

     


    Sarebbe allora interessante una via di mezzo, e introdurre alle Regioni dei limiti (in percentuale ai fondi regionali) di spesa per questo o quel settore. Mantenere vive le provincie con le funzioni avute fino a pochi anni fa, con elezioni ogni cinque anni, e magari, con il presidente della giunta provinciale, a portare in Senato le istanze del proprio territorio, ed i consiglieri provinciali, in numero proporzionale per popolazione, in consiglio regionale. I cittadini votano i rappresentanti della provincia. E a seconda del loro ruolo, vengono pagati in base alla presenza e con severi limiti ai rimborsi spese!

Quanto riguarda il Governo, a noi italiani non entra mai nell’anticamera del cervello la nostra storia. Dopo una dittatura durata vent’anni, un Governo molto decisionista e forte, ci fa ancora paura. Perché? Perché non abbiamo mai saputo fare i conti con la nostra stessa storia e di conseguenza non siamo in grado di – o non vogliamo – impegnarci a non commettere di nuovo gli stessi errori. Mi arrabbia moltissimo sentire gente che dice a sproposito che questo o quel Presidente del Consiglio non è stato eletto dai cittadini! Siamo una repubblica parlamentare! Mettetevelo nella zucca una volta per tutte! È dal 1946 che il Presidente del Consiglio viene nominato dal Presidente della Repubblica – quale arbitro super partes delle istituzioni –  e non entra in carica fino a quando, il Parlamento, votato da noi cittadini – seppure con una pessima legge elettorale – non gli accorda la fiducia! Ad ogni modo, per avere un governo forte e stabile, non serve una modifica alla Costituzione, ma una Legge elettorale giuste e seria che permetta al corpo elettorale non solo di scegliere il partito, ma di scegliere anche il candidato! Serve una Legge che regolamenti i partiti in modo che siano fissi, e non che ad ogni scissione o crisi di governo, ne nascano di nuovi per tenere vivo questo o quel governo e che al vaglio delle elezioni svaniscono nel nulla. Quelli sono molto più inutili, costosi, e dannosi, di qualsiasi Cnel!


votoMi chiedo, quanti, a mente fredda, si sono chiesti se hanno votato con la testa o con la pancia. Un errore dell’ormai ex-Presidente del consiglio, è stato quello di andare oltre al metterci la faccia, e cioè di far passare il referendum come un voto pro o contro il suo Governo.
Votare no dopo riflessioni ed indecisioni, e di seguito essere accostato a quell’accozzaglia di imbecilli dei vari comitati “mandiamo Renzi a casa”, non mi è andato affatto giu.

Il Governo è caduto. almeno il bullo di Firenze ha mantenuto la parola. E a dirla tutta, non me l’aspettavo. Da un lato mi fa piacere che Alfano – il peggior ministro dell’interno – la Lorenzin – che ci faceva rimpiangere i peggiori ministri della sanità della prima repubblica – e Poletti – che quanto a certe sue dichiarazioni in qualità di ministro del lavoro, Berlinguer a tornar vivo se lo sbranava e a ragione! – non siano più su quelle poltrone (immeritate), e a parte il loro possibile rientrare dalla finestra, non mi tranquillizza affatto sapere che il nuovo Presidente del consiglio incaricato sia quel Gentiloni, discendente di quello stesso Gentiloni che permise ai cattolici di entrare in politica circa un secolo fa, e con i risultati che noi tutti ben conosciamo (se abbiamo studiato la storia)! Staremo a vedere.


Ultima osservazione.
Ai due tifosi del si, ho dato un consiglio che a volte faccio fatica a seguire, ma devo ammetterlo: quanto successo lo scorso febbraio, si mi ha fatto rodere il fegato per un bel po’… ma a differenza loro, me ne sono fatto una ragione e quando alcuni mi chiederanno la mia opinione su certi fautori delle porcate di quei giorni, statene certi che non mi roderò ancora il fegato, piuttosto gli torcerò i polsi. e con sadico gusto!

2 giugno triste

Ieri – convenzionalmente – la nostra Repubblica ha compiuto 70 anni.

2giugnofreccetricoloreConvenzionalmente, perché in realtà si tratta dell’anniversario del primo giorno di voto in cui si eleggeva l’Assemblea Costituente, e si sceglieva con un referendum istituzionale, se lo Stato italiano dovesse uscire dalle macerie della guerra mantenendo una forma di governo monarchica, o se invece, avesse dovuto intraprendere questo nuovo percorso con una forma di governo repubblicana. E per la prima volta, tutti erano chiamati a votare: uomini e donne, ricchi e poveri.

Si votò il 2 ed il 3 giugno 1946.
Il Paese si divise nettamente in due.
Italian_referendum_1946_support_for_republic_it.svg_I territori che più avevano patito per l’occupazione nazista, avevano scelto con forza e determinazione la repubblica, mentre i territori “liberati” per primi, già poco prima della caduta della dittatura di Mussolini, nei primi giorni del’estate del 1943, votarono nettamente a favore della monarchia.
I voti a favore della repubblica sono 12.717.923 pari al 54,3 % dei voti totali, circa 2.000.000 di voti in più rispetto alla monarchia.

Ci furono ricorsi da parte della fazione monarchica, e poco prima della pronuncia definitiva della Corte di Cassazione, il 13 giugno 1946, l’ultimo Re, Umberto II° scioglie dal giuramento alla monarchia ma non al Paese tutti coloro che lo avevano fatto, e si reca – non senza fare poemica – a Cascais, nel sud del Portogallo (emulando il suo antenato Carlo Alberto che un secolo prima si recò in esilio dall’altra parte del Paese lusitano, ad Oporto).

La Corte di Cassazione metterà fine alla transizione rigettando il ricorso dei monarchici e rendendo ufficiali i risultati definitivi nazionali del referendum istituzionale, il 18 giugno 1946.


Fino a qui, ho cercato di essere obiettivo nello scrivere e riportare quelli che sono i fatti.

Ora scendo sulle mie considerazioni personali.
Ricordo benissimo di quando mia nonna mi raccontava della sua gioventù. Io ascoltavo i suoi racconti, lunghi dettagliati e appassionanti come libri, e disse che quel 2 giugno… votò per la Repubblica, in uno sputo di paesino in provincia di Catanzaro – allora risiedeva lì con suocera e figli – dove 8 persone su 10 erano ferventi (ignorantoni) monarchici! Diceva che tre Savoia ci sono bastati. E sono d’accordo!

D’altronde, analizziamo i fatti:

  • Vittorio Emanuele II° detto il Re Galantuomo o anche meglio, il Padre della Patria fu si un sovrano che si spese parecchio (ci rimise la Savoia) per l’ideale di un’Italia unita, ma aldilà della retorica Risorgimentale, fu un piemontesizzatore miope: piemontesizzando il mezzogiorno, oltre a creare grandi disagi sociali che ancora oggi non sono affatto risolti, mise in ginocchio l’economia (non certo stabile e florida e mirabolante come sostengono i neo-borbonici) dell’ex regno borbonico delle due sicilie. (E non sono un sostenitore dei neo-borbonici!)
  • Umberto I° detto il Re buono… …buono non lo era affatto! Un fottuto reazionario, più autoritario del padre! Chi ricorda la storia, ricorda certo le decorazioni concesse al sanguinario Bava Beccaris, che nel 1898, per disperdere la folla che prese parte ai tumulti contro la nuova pesante tassa sul macinato – definita la protesta degli stomaci – non si fece scrupolo di prendere i milanesi a cannonate! Si, letteralmente, a cannonate!!! Cannonate rivolte a civili a Milano: 80 morti e oltre 400 feriti! Ma ha avuto la fine che meritava, due anni dopo, a Monza: Gaetano Bresci, anarchico, lo prende in pieno con tre pallottole! Polmone, spalla, e cuore.
  • E poi, Vittorio Emanuele III° detto il Re soldato… …un nano egocentrico, un altro reazionario che soffocava ogni consiglio datogli dal figlio o dalla nuora che era molto più lungimirante di lui! Colui che aveva fatto entrare in guerra un Paese impreparato nel 1915, con un esercito male equipaggiato al comando del macellaio Cadorna, con generazioni chiamate alla leva prima del tempo, falciando famiglie a milioni! Colui che aveva permesso la nascita della dittatura fascista come risposta alle lotti sociali e alle paure dei “bolscevichi in Patria”. Un Re che lasciava gestire lo Stato ad un dittatore pragmatico (populista diremmo oggi) giusto per tenersi incollato il culo al trono, e lasciando ripetere il copione del 1915 con il trippone di Predappio che dà “manforte” al baffino austro-nazista-tedesco, con altri milioni di vittime! Il nano che si è sempre schierato dalla parte sbagliata!

Umberto II° in esilio è stato più “signore” rispetto ai suoi avi, ma appunto… …era in esilio, non sul trono! (Quanto alle Regine, c’è da dire altro ma lo farò forse a parte.)


La Repubblica nacque dopo un secondo Risorgimento qual’è stata la Resistenza, nacque sfidando i reazionari e i conservatori, nacque con le speranze, i sacrifici, ed i sogni di libertà, di persone che erano appena uscite da una tremenda guerra che aveva distrutto se non tutto, quasi tutto.

E 70 anni dopo?

Onestamente, ieri non me la sono sentita di festeggiare.

Non me la sono sentita perché vedo che i valori fondanti questa Repubblica sono sempre più bistrattati e violati.

Vedo ladri più tutelati dei lavoratori onesti, politici con la faccia come il culo che mentono spudoratamente senza nemmeno salvare le apparenze, fra i tanti particolari che posso citare, dico solo che un capo dell’esecutivo che ripropone il peggio della vecchia politica e lo propone come il meglio della nuova, arrivato a Palazzo Chigi con spallate e metodi ai limiti della Costituzione, non solo è “discutibile” ma anzi, è contrario a quei stessi valori che dovrebbero ancora essere saldamente difesi perché a base della nostra Repubblica.

Vedo scuole sempre più disorganizzate e fatiscenti che non sono in grado di formare degnamente nuovi cittadini ma solo bambocci capricciosi arroganti e prepotenti. Ragazzi impreparati alle sfide della vita vera, cittadini infelici ed incivili, senza un futuro.1

E vedo tante persone coi sogni infranti dopo una vita di sacrifici, tirare avanti con sempre meno serenità, nel menefreghismo più assoluto di questa Repubblica ormai vecchia e logora che dimentica gli articoli 2 e 3 della propria Costituzione.

Tutto ciò mi ha fatto arrabbiare, e parecchio! Ed è per questo che ieri non ho acceso la TV, per non veder qualche telegiornale con i responsabili di questo sfacelo: Politici di merda, che invece di occupare quelle poltrone, dovrebbero andare a zappare e concimare i campi!

Mattarella-passa-in-rassegna-i-repartiMi sono perso pure la parata militare. Non me la perdevo mai.

La disciplina, l’ordine, l’autorità che protegge il Paese, la Nazione e la sua Comunità. Sembra un’idea nobile, quasi romantica… …eppure – purtroppo, come in ogni contesto sociale umano – anche lì, elementi marci hanno violato l’onore delle forze armate della Repubblica che nell’articolo 11 della Costituzione – fra i suoi Principi Fondamentali – ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e di risoluzione delle controversie internazionali.

Messina_Targa_riconoscimento_onorifico_della_Conferenza_di_Messina(1955)E vogliamo parlare poi della volontà di cooperazione? Oltre alla Nato, L’Italia repubblicana ha sempre cercato di costruire l’ideale di una Europa unita e coesa come soluzione atta a sventare tragedie come quelle dell’immane guerra finita poco tempo prima! Ha iniziato con accordi bilaterali all’inizio, e poi con trattati veri e propri… …l’Italia Repubblicana fu presente sin dal Trattato di Parigi che nel 1951 ha istituito la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, ma fu a Messina che in una Conferenza Interministeriale nel giugno 1955 si animarono i lavori che hanno portato al Trattato di Roma che ha istituito la Comunità Economica Europea, e di seguito, l’Unione Europea… …e ci sono tanti partiti e movimenti politici che sostengono la folle idea per cui la salvezza del nostro Paese, della nostra Repubblica, passa dall’abbandonare questo principio di Europa unita.


Purtroppo, nei miei pensieri sono giunto alla conclusione che si è ormai perso lo spirito di questa Repubblica, nonostante la retorica dei discorsi delle massime cariche istituzionali. Ed è davvero triste.

In particolare è straziante sapere che ormai, per molti… troppi cittadini di questo Paese, l’emblema della Repubblica, ed i valori che esprime, non significano più niente.

emblema

Il lavoro… con la ruota dentata.

La volontà di pace… con il ramoscello d’ulivo.

La dignità… con il ramoscello di quercia.

L’unità del Paese… la stella bordata di rosso, perché il rosso rappresenta il popolo italiano unito, solidale, e coeso!

Ed è rosso anche il nastro con la dicitura “Repubblica Italiana” perché la sovranità appartiene al popolo!!


Una frase attribuita all’ultimo Re d’Italia…

La Repubblica si può reggere col 51%, la Monarchia no. La Monarchia non è un partito. È un istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini incredibile volontà di sacrificio. Deve essere un simbolo caro o non è nulla.

Ma questa citazione vale anche per la Repubblica!

Ops… m’è scappato un embolo! – Desperate Housebachelor #13

Sabato pomeriggio… arrivo a casa dopo il lavoro… doccia, relax, ripensamento sull’uscire… studio un testo tecnico sulla fotografia digitale… e ad un tratto, un tifone si abbatte in città!
Pioggia e grandine ed in grande quantità!

Una tazza di thè al limone mentre chiudo il libro e osservo fuori dalla finestra scendere l’equivalente di un ghiacciaio triturato.

Accendo il pc e mi connetto ad internet, e leggo le notizie e ne commento alcune su facebook.

Quando ad un tratto, la pagina facebook della Gazzetta di Reggio, pubblica questo:

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…e nonostante mi fossi ripromesso a gennaio di non spendere tempo a baccajare sugli animalari (gli animalisti sono tutt’altra cosa), mi parte un embolo e mi scappano i cavalli della ragione.

D’altronde… animalari e clero… ed io sclero!!!

Quello che segue è il mio commento chilometrico – infatti non c’è screenshot che tenga!!! – in cui espongo tutto il mio pensiero e mi chiedo chi lo leggerà fino alla fine. Ma soprattutto, vediamo quanti commenti di animalari e di filo-clericali mi malediranno!

Cosa ne penso???
Che si è accorto dell’esistenza degli animalari, ed io anti-animalaro, ed anti-clericale, sono perplesso. Voglio proprio leggere le perle di tutti quegli animalari che, in occasione di miei precedenti commenti sul divieto dei botti o sull’ingresso dei cani nei supermercati e nei negozi, mi hanno insultato ed assaltato, alcuni perfino spiando sul mio profilo le battutacce ironiche che scrivevo su quello che mi accadeva intorno! (L’ironia è una buona medicina, la mia preferita!)
Gli animalari sono persone esibizioniste che si credono superiori agli altri solo perché hanno un cane (o a volte anche un gatto) da esibire di continuo (“guardate, ho un animale e quindi sono meglio di voi e faccio quel che mi pare!”) e non sono certo degli animalisti! Gli animalari sono quelli che hanno rotto le balle a dicembre per il divieto (mancato) dei botti e quando mi sono espresso, me ne hanno dette di tutti i colori senza nemmeno capire quello che io proponevo (distinzione fra petardi e fuochi d’artificio: i petardi da vendere solo a maggiorenni con immagini sulle confezioni simili a quelle delle sigarette, con arti amputati e varie di danni derivanti da un uso irresponsabile e non corretto del prodotto; fuochi d’artificio permessi ma solo in zone individuate dalle autorità e nel quartiere adiacente, formazione e preparazione per eventuali padroni di animali sensibili residenti in zona, e maxi multa per chi sgarra)(inoltre la proibizione tout-court non viene mai rispettata: un esempio? le canne che per legge sono proibite ma che tutti si fanno!) o quelli che appena una nota politicante dai capelli rossi entra in un supermercato col cane, hanno detto che era un’importante conquista di civiltà! Civiltà un corno!!!
Io lavoro in un supermercato e so benissimo che ambiente è quello: mettere un animale in un carrello (che tutto sommato è una gabbia) e portarlo davanti al banco dei salumi facendolo impazzire per la fame con gli odori (di cibi che non possono certo mangiare lì), dove magari è pieno di gente con bambini rumorosissimi… avanti… è pieno di pessimi genitori, ora anche i pessimi padroni?
Inoltre vogliamo parlare dell’igiene? Se entro senza retina per capelli in certi ambienti, rischio una sanzione: il capello sulla pagnotta o sul petto di pollo, vi fa schifo, il pelo del cane no???!!
Ma esibirsi, per loro, è certo meglio che prendersi la RESPONSABILITÀ DI PRENDERSI CURA DI UN ALTRO ESSERE VIVENTE! Perché è questo un cane: un essere vivente. Bisognoso di cure e di affetto, come tutti gli altri esseri viventi, a 2 o a 4 zampe!
A me piacciono sia i cani che i gatti, ma vivendo in un bilocale di 50 metri quadrati, senza balcone, giardino, o cortile, e stando quasi tutta la giornata fuori casa per lavoro o altro, cosa mi prendo a fare un cane? Prendo un essere vivente e lo chiudo in uno spazio limitato, a soffrire di solitudine per buona parte del giorno, solo per avere una creatura che quando arrivo a casa mi fa le feste?
No. Io non sono così EGOISTA.
Preferisco vivere da solo, senza condannare un altro essere vivente a vivere una solitudine simile alla mia.
Quanto al Papa… con tutti i miliardi di euro (si, miliardi!!!) che si prende il Vaticano e la Chiesa con il meccanismo dell’8×1000, quanti di questi soldi vanno DAVVERO ad aiutare concretamente chi ha bisogno?
Invece di ristrutturare il mega attico di Bertone, o di pagare l’avvocato a Don Seppia e pedofili vari, o di sostenere campagne di disinformazione di associazioni (sedicenti) cattoliche contro l’aborto o contro l’eutanasia, o contro la prevenzione dalle malattie sessualmente trasmissibili, o contro i diritti civili delle persone lgbt, o di sostenere le spese per un ex-Papa o di vescovi e cardinali che prendono al mese uno stipendio pari a metà di quello di un deputato, e altro ancora… non sarebbe meglio spendere TUTTO QUELL’AMMONTARE in opere di sussistenza ai bisognosi?
Baahh… io la pianto qui. Ho scritto quello che pensavo e son curioso di sapere chi leggerà tutto questo mio pensiero, fino alla fine!

Sarò stato sufficientemente chiaro, o mi dovrò sorbire l’assalto di animalari e filo-clericali insieme? 

Non posso proprio stare zitto.

lgbt_rainbow_flag_in_windLo scorso 19 febbraio, ho affrontato un piccolo intervento di asportazione di un calazio.
La tempestività dell’intervento ha posto fine alle mie ferie invernali per dare inizio ad un periodo di malattia che si sarebbe dovuto concludere lo scorso 3 marzo. Invece in seguito ad una caduta casalinga e ad un bubboncino non notato un mese e mezzo fa, mi ritrovo con un buco di drenaggio sulla schiena per una ciste sul coccige incisa d’urgenza (avevo già un febbrone a 40°) poco prima del termine della mia malattia. Insomma, mi ritrovo una scatola del kleenex poco sopra il fondoschiena, ed è l’unico modo che ho per dirlo per non lasciarmi abbattere. Ed essendo un pessimista superstizioso, è meglio così!

Non posso starmene zitto vedendo tutto quello che succede fuori casa mia. A partire dal 19 febbraio, molti sono i malumori che mi sono preso guardando i tg nazionali. L’avvilente spettacolo che abbiamo assistito al Senato non mi ha affatto sorpreso ed anzi, pare un copione che è meglio posare da parte, senza dimenticare. Me lo sentivo che sarebbe andata così male, perché in fondo, nel nostro discutibilissimo Parlamento, una seria Legge sulle Unioni Civili (guai ad osare il termine “Matrimonio egualitario”), non la voleva nessuno. Nessuno!

Italia rainbowDico questo perché la mia lunga esperienza di elettore attento e deluso e turlupinato e tradito, stuzzica di continuo lo sdegno che ho dovuto sopportare. E anche perché questa volta, avrei voluto davvero rimettere piede a Roma, anche solo per lanciare qualche dozzina di uova marce a quei trecentodieci Giuda (ne salvo solo 5) che siedono fra i banchi di Palazzo Madama. Il 24 febbraio, in molti sono scesi a Roma per una manifestazione spontanea davanti alla sede del Senato della Repubblica, e nessuno di quei politicanti se lo aspettava: la prova è la polizia mandata ad impedire al corteo improvvisato, partito da piazza delle cinque lune, di arrivare alle porte del suddetto Palazzo romano. Il giorno successivo, il DdL Cirinnà, svuotato di molte sue parti importanti, è stato approvato grazie ai voti del NCD. Un partitino nato dopo le elezioni, che vale meno del 2% e che purtroppo fa da ago della bilancia nella tenuta di questo Governo… basta vedere con chi si è accaparrato un Ministero delicato come quello della Sanità. Giochetti infami da far rimpiangere la prima Repubblica!

A seguito di ciò, negli ambienti dell’attivismo lgbt, è stato un continuo discutere su chi avesse la colpa politica del disastro. Perché è così che è stato visto lo stralcio delle adozioni del figlio del/della partner, e lo stralcio del vincolo di fedeltà. Quest’ultimo, a vanto e gloria del partitino che fa capo al nostro Ministro degli Interni, che – parole sue – si vanta di aver “fermato una rivoluzione antropologica contro natura!”

Negli ambienti attivisti, è stato un continuo discutere “colpa del m5s”, “colpa del pd”, “colpa dei teo-dem”, eccetera eccetera. E spero che alcuni di voi vogliano rispondere a questa mia domanda: nessuno ha pensato di mettere da parte questa diatriba – per me sono tutti colpevoli senza distinzione – e di ricordarsene quando sarà utile alle prossime elezioni politiche, fra due anni?roma5marzo

È stata organizzata una manifestazione il 5 marzo. Ed io, convinto di rientrare al lavoro il 4, ero già sicuro che non sarei riuscito ad andarci. Come tutte le volte, negli ultimi 11 anni, per un motivo o per un altro, non sono mai riuscito a rimettere piede a Roma (al di fuori delle stazioni ferroviarie). Piazza del Popolo con circa 40.000 manifestanti è sicuramente una piazza più pesante di quella del Circo Massimo, nemmeno lontanamente riempito all’ultimo “family day” organizzato da quella infame accozzaglia di cattofascisti. Il 5 marzo, cittadini italiani sono scesi in piazza per ricordare all’organo legislativo di questo Paese che esiste una società civile che non vuole e non merita di essere oltremodo ignorata. E lo vuole ricordare anche a quegli arroganti e prepotenti che vanno nascondendosi all’ombra di una croce e di un fascio littorio. È stata una cosa potente.

manifestazione 5 marzo

Quello che io spero adesso, è che non si riprenda a discutere e a perdere tempo. Già un assaggio si è avuto: un dimostrante a piazza del Popolo c’è andato con una foglia di fico ed una bandiera arcobaleno a mò di mantello. Personalmente anch’io l’ho trovato fuori luogo ma è stato il suo modo di scendere in piazza e non posso criticarlo. Sui social sono già circolate le foto di questa persona e i commenti pesantemente a suo sfavore. E molti altri commenti che invece lo difendevano a spada tratta… dando del “bacchettoni” a chi invece criticava. Lo stesso manifestante ha al suo conto una storia da attivista certo meritevole. Ed io proprio per questo non posso criticarlo.

Ma quello che invece voglio chiedere a tutto il movimento lgbti italiano, e lo chiedo con insistenza e a gran voce è: vogliamo mettere da parte questa pagliuzza nell’occhio e rimanere uniti e compatti come una trave per sfondare il fronte omofobo? Vogliamo rimanere concentrati sul pezzo? Il fronte sta per cedere ed è questo il momento in cui prestare la massima attenzione, perché lo sanno anche loro che stanno per perdere e non risparmieranno nefandezze ed immoralità in questa battaglia, proprio come i nazisti, che dopo il 1943 cominciarono i rastrellamenti ed i crimini peggiori!

#temposcadutoConcentriamoci e restiamo uniti e compatti per chiedere a voce alta e coi piedi ben piantati per terra, di non perdere tempo: fra meno di due anni, scadrà questa XVIIma legislatura, e se il DdL non sarà stato approvato, cadrà nel vuoto. Per l’ennesima volta, i nostri diritti non saranno riconosciuti!

Non perdiamo tempo, chiediamo alla Camera dei Deputati di migliorare la Legge da rinviare al Senato (e li dovremo poi davvero assediarli!) e chiediamo di rimettere mano al DdL contro l’omofobia, che approvato da una camera dopo l’emendamento Vietti che tutela i peggiori omofobi (i cattofascisti, per intenderci) dall’applicazione della Legge stessa, ormai è rimasto fermo e dimenticato nei cassetti dall’autunno 2013!

Questo è il momento per farlo, e non posso proprio stare zitto.
Nessuno di noi può più!

Woman in gold

Per questo film, Helen Mirren merita un altro Oscar… …e se non glielo danno, vado a Los Angeles a dar fuoco all’Academy!

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Il film narra la storia di Maria Altmann (magistralmente interpretata da Helen Mirren), una donna ebrea fuggita dalla sua natale Vienna sotto il nefasto regime nazista, che nel 1998, a 82 anni, viene a sapere che il governo austriaco vuole restituire le opere d’arte requisite durante l’occupazione nazista, e comincia una battaglia legale per riavere indietro i cinque quadri commissionati da suo zio al pittore Gustav Klimt e – in particolare, il “ritratto di Adele Bloch-Bauer” del 1907 – che furono appunto requisite dagli occupanti nazisti e poi esposti alla Galleria del Belvedere. Nonostante le ovvie riluttanze Maria – convinta dall’avvocato Randol Schoenberg (interpretato da Ryan Reynolds) – tornerà nella natia Austria per la prima volta dalla fine della guerra, e tornerà in contatto con le sue origini, riceverà l’aiuto prezioso di Hubertus Czernin (interpretato da Daniel Brühl, lo storico protagonista di “Good-bye, Lenin”) e si ritroverà il rifiuto del governo austriaco, ma la battaglia legale – fra alti e bassi – continuerà ad essere portata avanti fino all’epilogo nel 2006.

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La vera Maria Altmann (1916-2011) con il “Ritratto di Adele Bloch-Bauer I” di Gustav Klimt

Il film è pieno di toccanti flashback che aggiungono molto alla trama del film: le emozioni di una donna in cerca di giustizia ed i ricordi di tempi orribili che segnarono la sua vita.
La colonna sonora merita, la ricostruzione della Vienna negli anni successivi all’Anschluss è davvero suggestiva, alcuni personaggi sono stati abbelliti un pò (vedi Ryan Reynolds…), e ultimo ma non meno importante, un finale di quelli che restano davvero impressi nel cuore e nella mente degli spettatori.

Per l’ennesima volta, il mio istinto ha valutato bene il trailer, e anche per questo film, appena esce il dvd lo compro, quanto costa costa!.

Un centenario non adeguatamente celebrato

presidente centenario grande guerra

Citazione dal sito del Corriere della Sera:

Cento anni fa l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra. Per ricordare quel giorno, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il Ministro della Difesa Roberta Pinotti e il Capo dello Stato Maggiore della Difesa il Generale Claudio Graziano, ha deposto una corona d’alloro all’Altare della Patria. Nel conflitto morirono oltre 1.200.000 italiani, tra militari e civili.

Queste poche righe sono il commento al relativo video sul sito del principale quotidiano del nostro Paese. E nei giorni scorsi, alle indicazioni del Governo su questo particolare anniversario, le Amministrazioni di Bolzano e Trento hanno risposto in modo polemico dicendo che esporranno il tricolore nazionale “a mezzasta”!

Ecco la mia opinione: abbiamo perso l’ennesima occasione di dimostrare un’identità precisa ed unitaria, grazie ai nostri amati e fottuti campanili, grazie alla diseducazione civica a cui la politica ci ha assuefatto nelle ultime decadi, e grazie – ultima ma non meno importante – alla memoria popolare corta e meschina che ha sempre impedito al nostro Paese di fare i conti con la propria Storia e col proprio passato!

Ma andiamo per ordine. innanzitutto, in tutta la nazione, si sarebbe dovuto proclamare un giorno di “commemorazione nazionale” in cui, in tutti i comuni d’Italia, le massime autorità civili locali si sarebbero dovute comportare come il Presidente della Repubblica, e concentrarsi laddove vi sia il monumento ai caduti della Grande Guerra (il fascismo ne impiantò a iosa in tutto il Paese di quei monumenti, visto che quella guerra l’abbiamo vinta!) e dopo un minuto di silenzio, la deposizione di una corona di fiori, ed un discorso che rievocava il clima di quella “avventura”, la sensazione di completare quel processo di unità nazionale cominciata col Risorgimento, le illusioni, i periodi difficili e le gravi perdite, per ricordare ed inoltrare alle nuove generazioni cosa sia stato il nostro Paese di come dovrà essere in seno ad una Europa unita. Non dobbiamo mai dimenticare, che ai trattati di pace di quella guerra, seguirono i nazionalismi che portarono il continente nel baratro della Seconda Guerra Mondiale, che fece oltre 60.000.000 di vittime. Sessanta milioni di vittime!

Perché dobbiamo assoggettarci ad un minuto di silenzio di lutto nazionale ad ogni fottuto terremoto, fottuta alluvione, fottuto naufragio di profughi disperati, e non dobbiamo commemorare questo anniversario?

Non ho voluto approfondire la polemiche avanzate dalle Amministrazioni di Bolzano e Trento, e neanche voglio ascoltarle. In particolare quei quattro pillari filo-austriaci, quegli stessi che tempo fa fecero un becero spot sull’indipendenza del Sud-Tirol o Alto Adige che dir si voglia. Passi che il fascismo voleva italianizzarli ad ogni costo, passi che con gli inizi della Repubblica, gli altoatesini fossero agricoltori che avevano condizioni di vita peggiori dei loro “co-regionali” trentini, ma adesso che stanno meglio di tante altre province italiane, beh, questo atteggiamento è indegno quanto sputare nel piatto in cui si mangia. E la considero gentaglia pari a quei meridionalisti che sparano, ad ogni occasione, cazzate contro Garibaldi ed il Risorgimento. Non ho cercato su internet notizie a riguardo delle loro esternazioni.

In quella Grande Guerra ci siamo entrati sospinti da interessi economici, a partire dai grossi gruppi siderurgici e dalle industrie pesanti che finanziarono il fronte interventista (non a caso, alcuni di questi finanziamenti, consentirono a Benito Mussolini di fondare il suo giornale “il popolo d’Italia”), ci siamo entrati dopo il Patto di Londra che riconosceva al Paese più di quanto poi fu ottenuto, ci siamo entrati con un esercito non addestrato in proposito e male equipaggiato, ci siamo entrati con un Capo di Stato Maggiore, il Generale Luigi Cadorna, che con una strategia tattica tipica del suo tempo, è stato poi definito “un macellaio”, e che dopo anni di guerra, in seguito alla nefasta 12a battaglia dell’Isonzo – la disfatta di Caporetto – fu sostituito dal Capo di Stato Maggiore il Generale Armando Diaz che riorganizzò l’esercito, ampliò l’aereonautica, e dopo le offensive alle truppe austro-ungariche ormai esauste, e la battaglia di Vittorio Veneto, giunse infine all’armistizio di Villa Giusti!

In quella guerra, per la prima volta, gli italiani si incontravano: il piemontese ed il siciliano, il lucano ed il lombardo, il ligure ed il calabrese, il pugliese e l’emiliano. Si cementava così fra i giovani un’identità nazionale. Un’identità nazionale di cui oggi sembra purtroppo non rimanere traccia grazie a leghismi, meridionalismi, e campanilismi vari!

In quella guerra, per l’ennesima volta, si vedeva di che pasta erano fatti i Savoia… alleati dapprima con gli Imperi centrali dal 1882 in chiave anti-francese – con la firma della Triplice Alleanza – si schiera dopo svariate trattative diplomatiche con la Triplice Intesa con il sopra citato Patto di Londra. E quella guerra non fu affatto facile – per nessuno lo fu – ne sanno qualcosa i “ragazzi del ’99”, quelli che nel 1917 furono chiamati alle armi quando ancora non avevano compiuto i 18 anni (vista la penuria di risorse umane nell’esercito) e che inviati al fronte nell’autunno di quell’anno, ebbero il loro battesimo del fuoco sulle rive del Piave e nel peggiore dei modi possibili.

Il motto dell’Associazione “Ragazzi del ’99” – “Tutti Eroi! O il Piave, o tutti accoppati!”

Quella guerra non coniò solo un’identità nazionale, ma anche sinonimi conosciuti in tutto il mondo… “Caporetto” … “Ragazzi del ’99” … una canzone famosa anch’essa in tutto il mondo e che per alcuni potrebbe essere il degno riassunto della Grande Guerra e magari, anche l’inno delle nostre Forze Armate… La leggenda del Piave o anche Il canto del PIave!

Questo giorno di commemorazione a metà, l’ho passato al lavoro, come ogni giorno a vedere uno spaccato d’Italia completamente diverso da quello di tanti anni fa, un’Italia divisa e incivile, un pessimo spettacolo. E la sera, dopo il lavoro, visto solo un telegiornale, ho messo sul mio canale preferito: RaiStoria!

post 24 maggio

Dopo alcune trasmissioni tematiche, è andato in onda uno sceneggiato della Rai del 1971 con Anna Magnani, intitolato “la sciantosa”. Lo sceneggiato – parte di un trittico intitolato “tre donne” – parla di una cantante ormai in declino dopo la chiusura dei “cafè chantant” o “caffè concerto” dopo la fine della belle epoque e che viene convocata dal comando militare per andare a cantare per le truppe al fronte. Rinvigorita dalla richiesta lei parte e lo fa da gran diva qual’era, con tanto di capricci e furie, ma una volta pronto lo spettacolo per le truppe, sconvolta e commossa alla vista dei soldati feriti o mutilati, non canterà il suo repertorio ma una canzone famosa da poco ma cantata col cuore.

Alla fine dell’esibizione è il caos: fuori da quell’insediamento giungono le truppe nemiche: è la notte della disfatta di Caporetto. La vita della sciantosa cambia radicalmente tanto da sacrificarsi per il giovane caporale che ha il compito di portarla al sicuro, lontano dal campo di battaglia.

La guerra non è mai giusta. E domenica 24 maggio, in tutti gli edifici pubblici italiani, almeno quest’anno, avrei voluto vedere le nostre bandiere a mezz’asta, sia il tricolore italiano che la bandiera europea, per commemorare le vittime – tutte, senza distinzione, civili e militari, italiani e stranieri – di quella Grande Guerra le cui conseguenze portarono ad una guerra ancora più grande e “totale”. Al termine di quella guerra abbiamo avuto Trento e Trieste, le terre irredente al prezzo di tanti sacrifici, soprattutto in termine di vite umane. E questo non si deve mai dimenticare, mai!