Chiamami col tuo nome

chiamami col tuo nome locandinaSe nel 2005, “I segreti di Brokeback Mountain” divenne – secondo i mass media – il film simbolo dell’amore gay, il 25 gennaio 2018 quel film è stato scalzato da “Chiamami col tuo nome” candidato a 4 premi Oscar e vincitore di quello per la sceneggiatura non originale.

Nel mondo di oggi, ci siamo abituati a rivolgerci ad internet per fare quelle domande che non osiamo fare a nessuno o per conoscere gente che non sapremmo dove cercare… …come ce la saremmo cavata senza questa tecnologia? Certamente le interazioni sociali per prime sarebbero molto diverse, comprese le relazioni amorose. In questo film vediamo un amore nascere e sbocciare con tutti i suoi dubbi e i suoi piccoli tormenti e le sue gioie ed i suoi momenti meravigliosi e non, in un luogo e in un tempo ormai molto molto lontano. Potrei dire “un mondo fa”.

Elio Pearlman/Timothé Chamelet è il figlio 17enne di una famiglia ebrea italo francese immersa nella cultura e nella verde campagna lombarda vicino a Crema, nella lontana estate del 1983. Ospiteranno un 24enne neolaureato e fresco di cattedra, Oliver/Armie Hammer, che sarà l’oggetto della curiosità di tutti e l’oggetto del desiderio di tutte.

Dopo un primo tempo in cui i due si sfiorano avvicinandosi e allontanandosi, la passione fra i due scoppia nuova, travolgente e totalizzante, coinvolgente, come solo i primi amori giovanili possono essere. Elio s’interrogherà a lungo senza mai dare un nome a quell’amore che lo avvicina a Oliver invece che a Marzia/Esther Garrel con cui ha le sue prime esperienze sessuali vere e proprie, così come Oliver si premura a non farlo sapere in giro.  Ma i genitori di Elio se ne accorgeranno, nel giro di poche settimane le vite dei due giovani cambieranno per sempre e al successivo Hannukkah, Elio non sarà più lo stesso.

La regia di Luca Guadagnino è magistrale, il ritmo lento (dopotutto è una produzione francese) della prima parte del film viene compensata dalla travolgente passione mostrata dai due attori protagonisti, dalla cura con cui è stata ricostruita l’atmosfera di quell’Italia del 1983 oggi ricordata con nostalgia da molti 50enni, dalla colonna sonora accurata ed azzeccata, dai costumi realistici (che anche quelli, a mio parere, valevano un Oscar!), al linguaggio adottato nei dialoghi e assolutamente realistico per il tempo in cui è ambientato: d’altronde non si fa cenno all’omosessualità e anzi, la parola “gay” viene pronunciata solo una volta in tutto il film e in un discorso che non si riferiva ai due protagonisti del film.

Inoltre, ci sono elementi nella trama del film, che possono sviluppare un sequel al film quindi continuando sulla trama del libro da cui è tratto, ma in cuor mio mi auguro che questi rumours non abbiano seguito, per non alterare le emozioni che lascia questo film, perfetto così com’è.

Mi auguro possiate vederlo (o rivederlo) presto!

Annunci

Happy End

 

A saperlo prima, col cavolo che sarei andato a vederlo di sabato sera. E a personalissimo parere, chi ha montato il trailer andrebbe denunciato per pubblicità ingannevole!

happy_end_locandina

La trama altro non è che il ritratto della famiglia Laurent, una famiglia borghese di merda in quel di Calais.
La famiglia è così composta: il vecchio Georges/Jean-Luis Trintignant vedovo che cerca di suicidarsi in tutti i modi, anche quelli più grotteschi; i figli del vecchio sono due, Anne/Isabelle Huppert che cerca di salvare la ditta di famiglia, e suo figlio Pierre/Franz Rogowski che in cerca di se stesso, depresso, si lascia andare all’alcolismo come se aiutasse nella ricerca di un senso alla propria vita; l’altro figlio del vecchio, Thomas/Mathieu Kassovitz è un primario che accoglie in casa la figlia di primo letto, la piccola Eve/Fantine Harduin mentre diventa di nuovo padre con la seconda moglie, ed intanto ha anche una relazione extraconiugale. Eve – a differenza del cugino con tendenze autolesioniste – cerca di dare un senso alla propria vita in maniera egoista, facendo del male agli altri. Come riassunto forse è troppo limitativo ma non voglio fare spoiler.

Michael Haneke è un bravo regista forse troppo fissato con la morte: la dimostrazione è nella sua personalissima rielaborazione di “Arancia meccanica” che ha intitolato come “Funny games” (ma complimentoni per il titolo!) e come non bastasse, l’ha pure rifatto pari pari dieci anni dopo! E se errare è umano e perdonare è divino, è anche vero che perseverare è diabolico! Infatti è con la morte che i due più giovani protagonisti vengono a contatto mentre cercano, spaesati, di dare un senso alla propria vita e già dall’inizio del film!
Detto questo, non mi importa della formazione del cast, ma il suo prossimo film non andrò affatto a vederlo!

La bravura degli attori è evidenziata dalla mancanza della colonna sonora: Mathieu Kassovitz è notevolmente invecchiato dai tempi de “il favoloso mondo di Amélie” cosi come lontani sono anche i tempi di “Amen” ed il suo personaggio non è né scontato né poco credibile; quanto ad Isabelle Huppert, lei è sempre una garanzia quanto a bravura e qualità di recitazione, infatti, se in certi momenti la serietà del suo personaggio ricorda quello (più fragile) che ha interpretato ne “il condominio dei cuori infranti”, si nota la differenza dai dettagli come quando fa un discorso al compleanno del padre, o alla fine del film, con l’occhiata sbalordita ma ferma che lancia alla nipote. Di scuola e di maestria superiore, Jean-Louis Trintignant, già bravissimo ai tempi de “il sorpasso“!

Se sappiamo già che i film francesi sono lenti, la già citata mancanza di colonna sonora, lo rende ancora più lento e quasi insopportabile. Non nascondo che il crampo alla chiappa destra per il sedile scomodo, era un pensiero meno noioso.

Marguerite

poster-margueriteUn bellissimo film in concorso per il Leone d’oro al 72° Festival del cinema di Venezia, e che ha vinto Premi César (su 11 candidature) per migliori costumi, scenografia, e sonoro, nonché a Catherine Frot come migliore attrice protagonista.

Liberamente (ma molto liberamente) ispirato dalla biografia di Florence Foster Jenkins, e girato e realizzato ben un anno prima del film biografico – “Florence“, appunto – interpretato da Meryl Streep.

 

Nella Francia post-bellica di inizio anni ’20, una nobildonna francese, la baronessa Marguerite Dumont (Catherine Frot), appassionata di canto e di musica, grande collezionista di cimeli musicali e filantropa, moglie di un uomo molto importante, tiene piccoli concerti per buone cause e per deliziare i suoi ospiti. Peccato che è stonata come una campana crepata!
Dopo una recensione positiva fatta da un giornalista/truffatore infiltratosi nella sua villa durante uno di questi concerti, tenta di arrivare ad esibirsi in un teatro, vuole tenere un gran concerto aperto al pubblico.
Il marito Georges (André Marcon), riluttante all’idea, scoprirà pian piano che sua moglie è indomabile e verrà a contatto con una verità più profonda sul suo rapporto di coppia.
Madelbos (Denis Mpunga) non è solo un maggiordomo autista fotografo tuttofare molto devoto che convince con metodi poco ortodossi Atos Pezzini (Michel Fau) a dare lezioni di canto alla baronessa Marguerite per di prepararla al gran concerto .

Ma nessuno di loro, nessuno, nemmeno Atos Pezzini dopo uno scatto di orgoglio, riesce a dire a Marguerite che è stonatissima, ed ognuno con un motivo ben preciso che si scoprirà pian piano andando verso il finale del film, quando il gran concerto avrà luogo.

Quel concerto è l’apice del film. Xavier Giannoli ha sceneggiato e diretto questa scena con una maestria che mozza il fiato! In quel momento, chi rideva di lei non rideva più, chi l’ha ignorata per anni l’ha amata come mai prima, e chi aspettava l’abisso ha invece sentito un angelo volare… …e l’ha visto precipitare giù l’istante dopo.

Lo so e lo dico spesso che i film francesi hanno ritmi più lenti dei nostri, ma guardate il film in maniera ricettiva questo film, con un po’ di concentrazione e passione, adorerete quella scena del concerto come l’ho adorata io. Vi spoilero solo che il finale – circa venti minuti dopo il concerto – è molto triste.

I premi vinti in Francia sono ampiamente meritati, ottimo il cast e la regia, ed è stato per me bellissimo constatare (ancora una volta) la maestria e la versatilità interpretativa di Catherine Frot, ormai una delle mie attrici preferite! Già dal trailer, si nota la differenza con “Florence” e mi stupisce la profondità di questo film in contrapposizione con la leggerezza eccessivamente commerciale che traspare anche solo dalla locandina del film diretto da Stephen Frears e che spero di vedere – e recensire – a breve.

Quello che so di lei

Un film uscito di recente e che ho visto ieri sera al cinema estivo…

locandina_quello_che_so_di_lei

…se dal trailer può sembrare una commedia, in realtà si tratta più di un film drammatico e che fa esordire sul grande schermo una strana coppia composta da due grandi attrici francesi… Catherine Frot, nei panni di Claire, è una levatrice vecchio stile che sta per perdere il suo lavoro a causa dell’avanzare del “nuovo mondo” che vede ormai le nuove tecnologie soppiantare l’esperienza (e l’umanità stessa)… Catherine Deneuve è invece Beatrice, l’amante del padre di Claire, uno “spirito libero” che dopo più di 30 anni, irrompe nella vita di Claire.

All’inizio, il rapporto fra le due donne è piuttosto teso e rigido come la vita di Claire, ma pian piano, dipanandosi la trama, fra segreti mai rivelati prima, ed emozioni affrontate dopo molto tempo, si distende e si apre al nuovo. Come la nuova vita di Claire, sconvolta (stavolta in positivo) da Beatrice.

Il ritmo del film, come la colonna sonora è moderata e permette di seguire il film senza essere soporifero (difetto di moltissimi film francesi), la regia ed i costumi sono eccellenti, ed ogni personaggio risulta genuinamente credibile, non sforzato né scontato. Ed un finale che mozza il fiato!

Un buon film da vedere!

Collateral Beauty

Appena visto il trailer un mese fa, ero impaziente di vedere questo film. Ed oggi, ci sono riuscito!

locandina-collateral-beautyLa trama è abbastanza semplice: Howard/Will Smith, è un uomo distrutto dalla perdita della propria figlia, non riesce ad accettare la tragedia e vive un limbo che trascina dietro anche i suoi amici – Whit/Edward Norton, Simon/Michael Peña, e Claire/Kate Winslet – anche perché gli stessi sono i suoi più stretti collaboratori della sua agenzia pubblicitaria, un tempo portata al successo dalla creatività e dalla positività di Howard, ora sull’orlo del fallimento a causa – appunto – della sua depressione. Tre personaggi vengono coinvolti – Aimee/Keira Knightley, Raffi/Jacob Latimore, e Brigitte/Helen Mirren – e con i loro interventi, sbloccano la situazione. Questi tre personificano l’amore, il tempo, e la morte. Tre astrazioni che toccano ed intrecciano le vite di tutti gli esseri umani, nessuno escluso.

Detto questo, basta spoiler. Il film si dipana abbastanza velocemente, e vista la trama semplice, potrebbe sembrare forse banale, ma la sceneggiatura abbastanza diretta e senza fronzoli inutili, ed i personaggi interpretati da attori di grosso calibro, sono elementi costruiti così bene da lasciare allo spettatore delle profonde emozioni e riflessioni. La colonna sonora è ben calibrata, ottima la regia.

Sono rimasto colpito da questo film, e vi suggerisco di andarlo a vedere con calma e a gustarlo con molta attenzione, vale ogni centesimo del biglietto e non delude le aspettative né dei “sognatori” né dei “cinici” (e ve lo confesso candidamente: se riesco, andrò a rivederlo)!

Cafè Society

locandina_cafe_society

L’ultimo film di Woody Allen… Il protagonista è il giovane Bobby che lascia la sua famiglia ebrea a New York, per tentare di sfondare a Hollywood nel mondo del cinema, con l’aiuto di suo zio produttore. Qui conoscerà una ragazza, Vonnie, che inizialmente lo respinge, poi se ne innamorerà, poi lo respinge di nuovo perché… …e poi Bobby lascia Los Angeles, e con il bagaglio di esperienze fatte in California, aiuta il fratello maggiore – legato alla malavita newyorkese- nella gestione del club, divenendo a tutti gli effetti un membro di quella Cafè-Society degli anni ’30. Si sposa, passa il tempo, ma ad un tratto torna Vonnie nella sua vita e… Insomma, l’ennesimo film di Woody Allen in cui il protagonista, altro non è che l’ennesimo Woody-Allen-calato-in-un-altro-contesto-diverso-da-quello-del-suo-precedente-film.

Degna di nota la colonna sonora, la scelta degli attori – fra cui spicca un inconfondibile (anche se visibilmente invecchiato) Steve Carell – è stata impeccabile, molte battute sono brillanti ed inserite nei momenti e nelle circostanze giuste, e il solito finale dal retrogusto un po’ amarognolo.
Buone risate, forse la solita zuppa, ma abbastanza piacevole nel complesso.

Weekend

Nonostante il film sia vecchio di 5 anni, e nonostante quando è uscito in Italia pochi mesi fa, la CEI l’abbia violentemente “censurato”, sono riuscito a vederlo grazie al Mongay della Settimana contro l’omofobia!

locandina film weekend

O C C H I O   C H E   S P O I L E R O 

I due protagonisti, Russell/Tom Cullen (abbastanza riservato e romantico) e Glen/Chris New (apertamente dichiarato e molto più disincantato), si incontrano in un locale gay come tanti in una città inglese. Mezzi ubriachi, passano il resto della notte a casa di Russell a fare sesso. Sabato mattina cominceranno a conoscersi meglio separandosi perché Russell deve andare a lavorare in piscina (fa il bagnino), e nel pomeriggio, a fine turno, Glen va a prenderlo al lavoro e si rivedranno, conoscendosi ancora di più e portando l’un l’altro a fare delle considerazioni mai fatte prima. Glen, mentre va di nuovo via, confesserà a Russell che finito il weekend, partirà per l’Oregon per diventare un vero artista, un corso che durerà due anni, e non esclude di rimanere lì e inviterà Russell alla festa di “addio” che si terrà in un locale del centro, festa a cui Russell andrà e conoscerà gli amici di Glen.
Presto torneranno a casa di Russell, e tra confessioni intime, droghe, discussioni, e sesso, passano la notte.

È domenica mattina e Russell va a casa del suo migliore amico a festeggiare il compleanno della figlia di quest’ultimo, nonchè sua figlioccia, ma quest’ultimo capisce che Russell nasconde qualcosa e lo convince ad andare in stazione a salutare per un’ultima volta Glen. Il sentimento nato fra i due ha comunque cambiato le loro vite ed il loro modo di vedere le cose.

F I N E   D E G L I   S P O I L E R

L’idea del regista, di non far doppiare gli attori nelle altre lingue, si rivela vincente, le emozioni trasmesse risultano molto più reali ed autentiche.

La storia di un incontro, fra due sconosciuti che si trovano per caso e che scoprono di avere affinità forti nonostante le differenze di vedute, un incontro che già dall’inizio si sa che non si evolverà in una vera relazione nonostante fosse quello il più segreto fine di entrambi, è forse la storia di molti di noi!

Mi sono riconosciuto in Russell mentre ballava brillo nel locale venerdì sera, mi son riconosciuto nella maschera cinica di Glen che ferito si rifiuta di parlare del suo ex, e di nuovo in Russell che in pausa pranzo, al lavoro, ascolta i colleghi parlare di sesso etero con terminologie da camionisti grezzi, e come me, molti altri spettatori di questo film, per un motivo o un altro, anzi, in una scena piuttosto che in un’altra, hanno sicuramente provato e/o trovato qualche analogia con le loro personali esperienze.

Complimenti quindi allo sceneggiatore, al regista, e agli attori, per una storia che rispecchia molto bene le dinamiche sociali di questo tipo di incontri.

Il montaggio è ottimo e la musica non è molto invasiva! Peccato solo le polemiche montate da una certa frangia estremista, per boicottare questa piccola perla del cinema inglese. (Mai che boicottassero le volgarità di certi cine-panettoni farciti di culi e tette che il cinema nostrano dispensa ogni fine autunno!)

Non so se è già uscito il dvd o se deve uscire, ma ve lo consiglio!
Ve lo consiglio nonostante mi abbia lasciato delle perplessità, e sfiorato alcune vecchie ferite di qualche anno fa.